«CATHEDRAL - John Carpenter» la recensione di Rockol

Carpenter abbraccia Ozzy e i Goblin nella sua nuova "messa nera"

"Cathedral" è il primo disco metal del filmmaker, tra sintetizzatori, cripte e riff pesanti

Recensione del 21 ago 2026 a cura di Lucia Mora

La recensione

A settantotto anni, John Carpenter non ha alcuna intenzione di allontanarsi dai propri incubi. Con Cathedral, il Maestro dell'orrore compie un passo inatteso e brutale, spostando il baricentro del suo inconfondibile sound verso coordinate spiccatamente heavy metal. Affiancato dalle sue fedeli estensioni musicali — il figlio Cody Carpenter e il chitarrista Daniel Davies (ex Karma to Burn) — Carpenter va oltre la fortunata serie Lost Themes e realizza la colonna sonora di un'omonima graphic novel, traducendo in musica la storia di una chiesa abbandonata nel cuore di Los Angeles che si tramuta in un varco demoniaco.

L'incontro tra synth-horror e riff pesanti

L'estetica cinematografica carpenteriana, da sempre costruita su ostinati di sintetizzatore e drum machine pulsanti, qui si corrobora di distorsioni granitiche. Lo stesso Carpenter lo ha definito senza mezzi termini "il nostro primo album heavy metal", un genere che è approdo naturale di un filmmaker indipendente come lui (lo abbiamo spiegato meglio qui). Davies gioca un ruolo cruciale, innalzando muri di chitarra che richiamano il proto-metal di matrice Black Sabbath.

Brani come Lord of the Underground (il singolo apripista) e Revenge ne sono il manifesto perfetto: la tensione tipica delle soundtrack di film come 1997: Fuga da New York o Il Signore del Male viene squarciata da riff possenti e cadenzati. La stratificazione sonora è densa: le chitarre non coprono i synth analogici, ma ci dialogano in un botta e risposta che esalta la claustrofobia dell'immaginario visivo.

Atmosfere cinematografiche

L'album non dimentica le radici del cinema di Carpenter (e non solo di Carpenter). I richiami ai Goblin (e al cinema di Dario Argento) in Cathedral sorgono spontanei perché, spingendo il proprio sound verso il metallo e la dimensione da "band", John Carpenter incrocia la formula codificata negli anni '70 da Claudio Simonetti e compagni.

Il concept dell'album — la cattedrale demoniaca — impone una tavola di colori timbrici ben precisa. L'uso continuo di registro d'organo, arpeggi in tonalità minore e risonanze liturgiche richiama direttamente l'estetica gotica che i Goblin hanno perfezionato integrando la solennità dell'organo a canne con la violenza del rock.

Più che un semplice disco, Cathedral è un congegno narrativo a 360 gradi. Ogni traccia corrisponde a un capitolo preciso del fumetto, ma possiede la forza di reggersi in piedi da sola. Se a tratti può sembrare che manchi la sorpresa strutturale dei primi Lost Themes, il disco compensa con un impatto viscerale e una coesione invidiabile. L'impronta estetica di Carpenter è così solida da poter assorbire e fare proprie le grammatiche di generi diversi, come l'hard rock e il metal.

Cathedral è un incubo a occhi (e orecchie) aperti che conferma un sodalizio artistico ormai rodato, tra atmosfere oscure e riff che non lasciano prigionieri.

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