«REDEEMER OF SOULS - Judas Priest» la recensione di Rockol

Judas Priest - REDEEMER OF SOULS - la recensione

Recensione del 14 lug 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Sono passati 40 anni da quando Rob Halford e i suoi debuttavano sulla lunga distanza con “Rocka rolla”, che mostrava solo pallidi segni di ciò che la band inglese sarebbe divenuta nell’arco dei seguenti cinque anni: una delle forze trainanti più forti e iconiche del genere heavy metal. Insomma, questo per dire che il tempo è passato e – al solito – è difficile far finta di nulla. Ancora più difficile nel caso dei Judas Priest.
In primo luogo perché i mostri sacri, per quanto godano dell'indulgenza dei fan, rischiano di provocare un certo – e nemmeno troppo velato – fastidio a ogni nuova uscita più o meno geriatrica (è facile domandarsi: “Ma perché non fanno solo i tour coi pezzi che tutti vogliamo sentire, invece di sfornare dischi che siamo costretti a comprare per completismo, ma non ascoltiamo?”); in secondo luogo perché i Priest arrivano da un passo falso non da poco, ovvero “Nostradamus”, il concept album doppio del 2008, che a pochissimi è piaciuto – mentre ha scontentato quasi tutti, complice anche una svolta vagamente “sperimentale” nel sound.
Era dunque lecito accogliere “Redeemer of souls” con tutte le cautele del caso.

Con il loro diciassettesimo disco in studio i Priest fanno – paradossalmente – due cose che paiono in contraddizione. La prima è superare l’impasse in cui si sono trovati all’indomani di “Nostradamus”, dimostrando che si è trattato solo di una grossa sbandata, ma non di un cambiamento irrecuperabile. Anzi. Probabilmente per sottolineare il concetto, la band ha assemblato un album piuttosto conciso, che va dritto al punto senza troppe divagazioni e barocchismi. Quindi bene da questo punto di vista: si ritrova la proverbiale “retta via”, ammesso che ne esista una (in questo caso il riferimento è a sonorità che tengano alto il nome del gruppo e piacciano ai fan del materiale più datato e mitico).
Per contrario, invece, i Judas Priest in questo disco (e qui arriva il paradosso) hanno provato un po’ troppo a essere... i Judas Priest di 35 anni fa. Per fortuna non sono caduti nella sindrome del settantenne che prova a fare il ventenne, ma piuttosto nell’errore di giocare un po’ troppo sul sicuro, per non scontentare più la loro fan-base – e allora vai di protokaraoke, autocitazionismo, riff gustosi anche se rifritti e metal cucinato secondo la più classica ricetta priestiana. In pratica un auto-tributo robusto e gratificante nel brevissimo periodo... ma cosa resterà di questo lavoro nel giro di 6 mesi?

Lo so, è una domanda cattiva: eppure sarebbe disonesto non farsela. La risposta è agrodolce, se vogliamo restare nella similitudine alimentare... rimarrà la sicurezza del fatto che i Priest – nonostante i decenni – al momento sanno ancora tenere fede al proprio nome e fama. Questo sì. Ma musicalmente parlando, facilmente assisteremo all’ennesimo fenomeno di scomposizione della materia degno di un Gustavo Rol (perdonate la citazione un po’ ballerina, ma vale la pena documentarsi, se non conoscete il personaggio). Perché parliamoci chiaro: anche se “Dragonaut”, “Metalizer”, “Hell & back” e “Sword of Damocles” sono buoni revival dei bei tempi, passata la buriana dell’uscita dell’album li sentiremo in radio, in un greatest hits o in una playlist? Poche volte, anzi, forse nessuna. Ci sono troppe canzoni-icona nel passato dei Priest, per aggrapparsi al presente. Per non parlare dei live: la band ormai da tre anni ha annunciato e praticato una politica di riduzione drastica dell’attività dal vivo. Una scelta a modo suo encomiabile, ma pensate cosa succederebbe se omettessero una mezza dozzina di classici dalla scaletta per rimpiazzarli con i nuovi pezzi... nulla di piacevole, sicuramente.

Dunque, “Redeemer of souls” è servito a redimere l’anima (perdonate il giochino) dei Priest dalla macchia di “Nostradamus”. Ma non è certo un album che li definisce, li fa “rinascere” (ammesso che ne abbiano davvero bisogno) o fa urlare al miracolo. Ordinaria amministrazione? Ecco sì, più o meno.
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