«WORLD PEACE IS NONE OF YOUR BUSINESS - Morrissey» la recensione di Rockol

Morrissey - WORLD PEACE IS NONE OF YOUR BUSINESS - la recensione

Recensione del 10 lug 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Bentornati.
Vaffanculo.
Anzi: Bentornati e vaffanculo.
Il primo minuto di “World peace is none of your business” è tipico Morrissey: consolatorio e aggressivo. Una melodia che riconosci in un istante, quella voce unica. E parole che ti arrivano come un pugno nello stomaco: ti prendi del "poor little fool" perché “each time you vote you support the process”. Tipico Morrissey, appunto: parla dei massimi sistemi con sarcasmo; ma allo stesso ti dice che lui è un’altra cosa che tu non potrai mai essere; potrai solo ammirarlo.
“World peace is none of your business” ha un titolo stupendo. Ma l'album non è all'altezza del titolo, è solo un buon album, tipico Morrissey, nel bene e nel male.
C’è tutto il suo immaginario letterario, umano e sonoro nelle 12 tracce del disco, quello che fa sbavare chi è cresciuto con gli Smiths e chi l’ha scoperto dopo. Con Morrissey siamo spesso affetti dalla difficoltà nel valutare serenamente la sua musica e le sue prove attuali, abbagliati da un passato tanto luminoso, da un carisma così forte. Così sentire Morrissey che cita la beat generation (“Neal Cassady drops dead”), che discetta di umanesimo (“I’m not a man”, “Earth is the loneliest planet”), che cita gli Smiths (il riff di “Istanbul” che richiama “How soon is now”), che fa l’animalista (“The bullfighter dies”). Ecco tutto questo, e la sua voce, tendono a farci dimenticare che la sua carriera solista ha avuto tante cadute di stile e tanta autoindulgenza. E questo disco non fa eccezione, in questo campo: dalla prolissa “I’m not a man” (5 minuti troppo lunga, dice giustamente Billboard: la canzone dura 7’ e 49”...), al kitsch delle citazioni spagnoleggianti (la chitarrina di “Earth is the loneliest place of all” e “Kick the bride down the aisle”), a certi suoni che sono semplicemente brutti (le schitarrate di “Neal Cassady drops dead”, che fanno rimpiangere più che mai Johnny Marr).
Poi, certo: “World peace is none of your business” contiene diverse belle canzoni: la title track, “Istanbul” (molto, molto smithsiana dicevamo, ma notevole), il pop quasi perfetto di “Kiss me a lot”, i giochi di parole di “The bullfighter dies”. E poi “Mountjoy”, nella sua semplicità di duetto tra voce e chitarra acustica, accompagnato da archi: “Listen, we all loose, rich or poor”, canta Morrissey - e ti commuovi come se ascoltassi quella voce per la prima volta.
Poi arriva un’inutile e leziosa “Oboe concerto” a riportarti con i piedi per terra, seguito da sei-canzoni-sei di una edizione deluxe di diciotto-brani-diciotto che mettono alla prova anche i fan più resistenti.
Morrissey cambia per non cambiare: momenti sublimi e momenti sublimamente inutili. E’ la storia della sua carriera solista, è la storia di questo disco: con buone canzoni, pochi momenti davvero memorabili, un giro di produttori (questa volta tocca a Joe Chiccarelli) e una band più o meno stabile che fa dignitosamente il suo mestiere, ma senza guizzi.
“World peace is none of your business” è un disco pieno di contraddizioni, a volte belle altre meno. Come il suo autore: tutto sta nel decidere se uno ha voglia di apprezzarle o di farsene infastidire.
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