48:13

Sony (CD)

Voto Rockol: 4.5 / 5

di Valeria Mazzucca

Avviarsi in battaglia al motto di 'less is more' non è per tutti. E non è affare da poco, se si vuole sferrare un attacco frontale: quella con il pubblico e la critica è sempre una sanguinolenta guerra di conquista e non importa (quasi mai) il nome della propria casata perché ogni volta si ricomincia daccapo. Solo con quelle quattro cicatrici in più che fanno da collante tra esperienza, astuzia e spavalderia. E la strategia che i "Signori di Leicester" hanno deciso di utilizzare per il nuovo disco è proprio così: trasuda di esperienza, di astuzia e di un po' di sana spavalderia.

L'impatto è forte… e fucsia.
Il titolo è in numeri, "48:13".
I pezzi son validi.
E alcuni davvero belli.

I Kasabian, al quinto disco, ingranano la marcia e non frenano - al massimo scalano dalla sesta alla quinta e, in 48 minuti e 13 secondi esatti, non solo raggiungono la meta, ma la conquistano portandosi dietro l'ascoltatore che arriverà sano, salvo e un po' scompigliato. "Shiva" è la intro, la calma del guerriero. Una calma che dura 1 minuto scarso perché subito si parte con "Bumblebee": un ritornello che risveglierebbe gli animi più assopiti. Un incitamento allo stato puro che si slancia in una cavalcata impetuosa con "Stevie" che però si deve interrompere - come in ogni avventura che si rispetti - per fare i conti l'onirismo dietro l'angolo: è "Mortis". E si rimane sospesi in un magico istante dal quale si esce rigenerati ma un po' più stralunati: "Doomsday", ovvero se alla fine di una stramba nottata gli Arctic Monkeys si imbattessero nelle Iene di Tarantino.
"Treat" è un lungo allenamento tra pesanti deliri rock e schizzi di leggerezza elettronica e si srotola sulla solennità di "Glass" che è quasi una preghiera: "save me, come on and save me" canta Tom. La captatio benevolentiae per ingraziarsi gli dei della discografia si risolve poi in un rap.
La marcia è rallentata, pesante e determinata in "Explodes". Anche inquietante e claudicante a tratti. "Levitation" è come un sol leone che sorprende i guerrieri nel loro incedere: li costringe alla lentezza e a veder passare un qualche Django, Sartana o Sabata non ci si stupirebbe più di tanto.
Poi arrivano le nuvole ("Clouds"), ma sono rapide e scortano piacevolmente fino al culmine di questi "48:13": siamo al minuto 36 e "Eez-eh" è un assedio. Incalzante, potente, divertente, coinvolgente e tutti gli altri "ente" che si vogliono aggiungere. E' un casino, ma loro sanno come usarlo a proprio vantaggio. La sentiremo a lungo quest'anno. E una volta conquistato tutto e travolta ogni barriera "Bow" e "S.P.S", le due ultime tracce del disco, sono solo una piacevole coda. La prima è più lenta e in pieno stile Kasabian, decisamente necessaria per riportare il battito cardiaco a una velocità ragionevole, la seconda è la ballata della via del ritorno a casa. Il passo è blando e ci penserà il tramonto a curare le ferite.

Di questi tempi, in cui l'EDM la fa da padrona assoluta, non diventare schiavi della musica elettronica è raro e difficile. Utilizzarla nel proprio disco significa assecondare usi e costumi del mercato, saperla manipolare secondo i propri stili e canoni significa fare un bel disco.
In fondo i Kasabian lo avevan detto: "E' rock and roll, è brutale e tagliente".
Vero.
"Ma richiama all'elettronica che lasciammo a Letfield".
Senza alcun dubbio.
"Abbiamo creato una droga pericolosa."
Amen.