Recensioni / 10 giu 2014

Soundgarden - SUPERUNKNOWN - 20TH ANNIVERSARY - la recensione

Voto Rockol: 4.0 / 5
Recensione di Andrea Valentini
SUPERUNKNOWN - 20TH ANNIVERSARY
Universal (CD)
“Superunknown" è il "London calling" del grunge. Il disco con cui una band, non quella che nell’immaginario comune ha definito il genere, cerca di andare oltre gli stili e gli stilemi. E ci riesce, e fa un capolavoro.

Quando “Superunknown” vede la luce (l’8 marzo del 1994), sono ancora ben percepibili e visibili le tracce del ciclone grunge, ma i due pesi massimi del genere sono entrambi in un momento particolare. I Nirvana da una parte, pur non sapendolo ancora, sono a pochi centimetri dal baratro e dalla tragedia – Cobain morirà suicida un mese dopo e il suo corpo verrà ritrovato esattamente l’8 aprile, ironia della sorte. I Pearl Jam, che hanno scalzato i Nirvana dal trono di re del grunge, sono invece in pieno trip anti-establishment e anti-moda: interviste ridotte al lumicino, niente video, guerra aperta contro le compagnie di vendita di biglietti per concerti, prezzi imposti ai live, recupero dell’attitudine intransigente da band superunderground...
In questo scenario, col senno di poi, è facilmente identificabile l’esistenza di un varco, un vuoto, da colmare. E a questo punto entra in gioco il fattore “Superunknown”. Per quello che, quasi senza dubbio, è semplicemente un filotto di eventi concatenati in sequenza del tutto casuale – ma magica – a mettere il piede in questo spiraglio arrivano i Soundgarden, che da anni lavorano duramente, rimanendo però una band eternamente nelle file dei “bravi, ma non vincenti” – gli eterni terzi classificati. Insomma, il successo quello grandissimo, sembra tenerli un po’ alla larga; loro lo sanno e istintivamente scelgono di cambiare strada, probabilmente per smuovere quelle acque – altrimenti a rischio di divenire malsane.
Il primo segno tangibile e fortemente emblematico è di carattere tricologico (e c’è poco da ridere): ancor prima di ascoltare una sola nota di “Superunknown”, vedendo che Chris Cornell si è tagliato la lunga zazzera metallara, si capisce che qualcosa di grosso è successo. Una specie di rivoluzione già dal look: è finita l’era del crine lungo e retro, delle camicie di flanella, oppure del torso nudo macho-cristologico. È cominciato un nuovo corso, in cui i Soundgarden diventano icone dell’indie mainstream (una contraddizione di termini solo apparente) moderno.

E la musica? Anche questa riflette appieno la voglia di osare, di rompere i confini di un genere e un’identità fin troppo ben delineata. Per cui il sound dei Soundgarden diventa un ibrido genialoide di hard rock muscolare, arena rock e pop (non necessariamente commerciale o facile), con dosi importanti di psichedelia e paisley. Tutto questo mantenendo un immaginario dei testi quanto più dark e drammatico possibile.
Come “London calling” per i Clash – per riprendere la similitudine iniziale – rappresenta il trampolino per balzare fuori dal ghetto punk (moda/trend ormai morente, a livello mainstream), “Superunknown” porta i Soundgarden dritti al top: non sono certo degli sconosciuti, nel 1994, ma da qui a pensare che un loro album possa diventare cinque volte disco di platino e arrivare dritto in cima alla classifica top 200 di Billboard appena uscito... be’, c’è una bella differenza! Tutto merito, come si diceva, della congiuntura, ma anche del nuovo corso compositivo – semplicemente perfetto per quel segmento della storia dell’Occidente.
Il rock dei Soundgarden si fa paradossalmente più digeribile, ma anche più inafferrabile – nel senso che sfugge all’immagine che la band ha dato di sé fino a quel momento. E “Superunknown” diventa una specie di opera magna che fotografa quella prima metà degli anni Novanta come pochi altri hanno saputo fare; a riascoltarlo ora, soprattutto se si è vissuta quell’epoca, ci si trova a viaggiare come psiconauti nostalgici.

Veniamo ora a questa sfarzosa operazione di ristampa e celebrazione per il ventennale del disco. Universal ha fatto le cose alla grande, offrendo ben tre opzioni a chi vuole rivivere la magia dell’album: un’edizione standard, con “Superunknown” rimasterizzato; una in doppio cd, con un disco di demo, live, prove e b-side; un box da cinque cd che – oltre a quanto già elencato – contiene anche un disco di materiale live, uno di b-side, la versione dell’album mixata in 5.1 Surround su Blu-ray ™ Audio 5.1 (il tutto in un libro con copertina lenticolare, note interne di David Fricke e gadget vari).

“Superunknown” rimasterizzato suona bene e il lavoro di aggiustamento è stato piuttosto lieve (il che è un plus... la rimasterizzazione selvaggia spesso snatura i dischi!): è un ottimo modo per riscoprire un classico della fine del secolo scorso.
Il secondo cd, quello con i demo, le prove e le b-side aggiunge piuttosto poco al discorso di “Superunknown”, oggettivamente. Si tratta di materiale ottimo e ghiotto per completisti, ma senza particolari momenti illuminanti o chiavi di lettura inedite. Lo stesso si può dire della versione su cinque cd: è un oggetto molto bello, assemblato con cura e diretto a un pubblico di fan esperti, forse collezionisti. Ma il pezzo forte resta sempre e comunque l’album. Solido, speciale, emblematico della sua epoca.