«HUMAN TOUCH - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - HUMAN TOUCH - la recensione

Recensione del 01 gen 2013 a cura di Riccardo Maffoni

La recensione

Quando pubblicarono “Human touch”, il 31 marzo 1992, non avevo ancora compiuto 15 anni. Ascoltavo Bruce Springsteen già da 5 o 6 anni, avevo alcune cassettine e qualche vinile. Il primo lo comprai con mio padre, un sabato pomeriggio degli anni 80, alla Rinascente di Brescia, era “Born in the USA”.
“Human touch” fu il primo album del Boss in versione CD, o almeno, per quanto mi riguarda, il primo che ascoltai in questo formato, allora così nuovo e moderno.
Ricordo ancora quei pomeriggi passati in soggiorno dove tenevamo un impianto Hi-Fi. Mi mettevo in poltrona, libretto dei testi alla mano, cuffie, play.
“Human touch” come il già precedente “Tunnel of love”, è un lavoro meno rock rispetto agli altri del rocker del New Jersey. Ci sono un sacco di tastiere, un sacco di sintetizzatori, un sacco di pop. E manca la E Street Band. Questa volta, alla corte del Boss ci sono alcuni tra i più grandi session man in circolazione ed il suono è più nitido, pulito, meno sporco, meno stradaiolo, meno live. Alcune canzoni hanno una marcata anima soul, un genere che Bruce ha sempre amato. Sto parlando della romantica “Man’s job”, della intensa “Real world” con il grande Sam Moore alla seconda voce, della divertente “Real man” o della bellissima “Roll of the dice”, con un riconoscibilissimo Roy Bittan alle tastiere. I testi sono pregni di amore, ma non manca la delusione, l’illusione e il tutto è pervaso dal senso di responsabilità di un ragazzo che si è fatto ormai uomo.
”I wish i were blind” la ritengo una delle più belle canzoni d’amore scritte da Springsteen. E’ una dolce ballata, una sofferta confessione, un quadro struggente, un rosso tramonto sul lungomare. Non c’è rabbia in queste canzoni, non c’è la voglia di fuga, c’è la voglia di stare con qualcuno, la voglia di condividere una vita con la persona che ami.
“Human touch” parla proprio di questo. La voglia, il bisogno, la necessità di un contatto umano: “in un mondo senza pietà, pensi che quello che ti stia chiedendo sia troppo? …voglio solo sentirti fra le mie braccia e condividere un po’ di quel contatto umano”. “All or nothin’ at all”mi ha sempre divertito. E’ il classico rock ‘n roll, con tanto di intro di batteria, chitarre elettriche che la fanno da padrone e la voce del Boss bella e accattivante. “57 channels (and nothin’ in)” si stacca da tutto, è minimale, è cruda, è ironica ed ha un’anima profondamente rock che si fa largo battuta dopo battuta, frase dopo frase. Musicalmente è semplicissima; cassa “in quattro”, riff di basso suonato dallo stesso Bruce e qualche sintetizzatore qua e là. E il cantato è un parlato, ed ogni parola pesa come un macigno. “Ho una macchina giapponese, una villa ad Hollywood, ho tutto! Ho 57 canali… ma dentro non c’è proprio niente.” Una critica amara contro la nostra società, una sorta di rimprovero al mondo occidentale.
Ci sono più generi in questo album. C’è il folk dell’intensa “With every wish” arricchita dalla tromba con sordina di Mark Isham, o di “Pony boy”, un traditional, una tenera ninna nanna/filastrocca suonata da Bruce insieme alla moglie Patty Scialfa che chiude l’album. C’è il pop d “Soul driver” nel quale ritroviamo David Sancious, già compagno del Boss nella prima formazione della E Street Band, c’è il rock chitarristico di “Gloria’s eyes” e “Long goodbye”. C’è una canzone come “Cross my heart” che “sento” molto country. Sarà per via di quelle chitarre taglienti, o di quel cantato quasi baritonale ma io l’avrei vista perfetta per il grande Johnny Cash.
Forse ci sono troppi ingredienti in quest’album, e quello che arriva è poca continuità fra una canzone e l’altra. Ritengo che ci siano alcuni grandi pezzi, su tutti “I wish i were blind”, “Real wordl”, “Roll of the dice” e “57 channels”. Quello che non mi ha mai convinto totalmente sono gli arrangiamenti di alcuni brani. Al di là di questo, credo sia una buon album, non tra i migliori di Springsteen, ma un lavoro sincero, cantato in modo splendido con una voce in piena forma e ascoltarlo dopo tutto questo tempo credo possa ridargli un certo valore.
Ultime note; da ricordare la grandissima aspettativa da parte di tutti ( fans, casa discografica, critica, etc. etc.) al momento della pubblicazione e l’uscita in contemporanea con “Lucky town”.



… ma io allora, nel 1992, queste cose non le capivo, non le sapevo e non m’importava. L’unica cosa che sapevo era che quando mi toglievo le cuffie mi sentivo bene. Non m’importavano gli arrangiamenti, la produzione, le critiche. Mi lasciavo conquistare dalla musica e stavo bene, che poi è quello che la musica dovrebbe fare.
Farti star bene. Proprio come un contatto umano.

Riccardo Maffoni, cantautore rock. Nel 2000 vince il Premio Ciampi, Città di Livorno, Omaggio a Stefano Ronzani, nel 2001 è finalista del Premio Città di Recanati e nel 2002 partecipa e vince il Festival di Castrocaro. Openin act per vari artisti, tra i quali ricordiamo Van Morrison, Alanis Morissette, Nomadi, PFM e Francesco Renga nel 2004 pubblica il suo primo album Storie di chi vince a metà per la Warner Music Italia. Nel 2006 vince il Festival di Sanremo sezione Giovani con il brano Sole negli Occhi, poi incluso nel repackaging di Storie di chi vince a Metà. Nel 2008 il suo secondo lavoro, Ho Preso Uno Spavento sotto etichetta Warner Music/Evento Musica . Nel 2011, dopo un lungo tour acustico che lo porta a suonare anche negli Stati Uniti registra un EP in lingua inglese dal titolo 1977 per l’etichetta Evento Musica, composto da sei classici del rock più un inedito. Sempre molto attivo in ambito live il tour che segue la pubblicazione di 1977 lo vede impegnato in vari club italiani e per la prima volta , nel 2012, in Svezia.
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