«I COULDN'T BE WITH YOU EVEN IF I WANTED - June Miller» la recensione di Rockol

June Miller - I COULDN'T BE WITH YOU EVEN IF I WANTED - la recensione

Recensione del 22 ott 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Con il post rock il rischio, quando si deve scriverne, è di lasciarsi prendere la mano. Capita spesso infatti che le lunghe cavalcate che si ascoltano in cuffia finiscano per diventare altrettanto lunghe descrizioni su carta di questo o quel tale ricordo dell’autore, di patetiche sensazioni credute ormai sopite da tempo immemore, stati d’animo inconfessabili (fino ad un certo punto) che ribollono fino a scoppiare. La musica del resto si presta molto all’operazione chiamandoti direttamente in causa: strumentale, cinematografica, immaginifica, etc. Tutto molto romantico. Con i June Miller (la nostra band Observer della settimana scorsa) e il loro nuovo “I couldn’t be with you even if I wanted” la possibilità di esibirmi in una galoppata settecentesca sul mio "io" interiore, beh, ammetto che mi è stata data. Quel non troppo vago sentore di Explosions In The Sky, la sensibilità nordica da paesaggio dell’anima alla Immanu El… Il retrogusto melodico che richiama prepotentemente il bouquet Jeniferever. L’amore palese per Jónsi e per l’allegra truppa d’islandesi con il maglione di lana grossa. Gli ingredienti c’erano tutti. Al diciottesimo ascolto però mi sono reso conto che i nove pezzi di questo ottimo album meritavano qualcosa di diverso dal solito trattamento. Meritavano cioè l’attenzione che si riserva a un qualsiasi pezzo pop, o rock, alternativo o jazz; l’attenzione che si riserva a tutto ciò che, nella pratica dei fatti, non è post rock.

Ecco quindi saltar fuori i dettagli che non ti aspetti, la qualità che non necessita di paragoni per poter essere apprezzata. I June Miller sono una band giovane, formata nel 2009 e con solamente due Ep sulle spalle. Un gruppo di ragazzi che se ne infischia della geografia e abbraccia un genere spesso e volentieri bistrattato, e un po’ per volta trova il modo di farlo suo. “Finale” diventa allora una piccola sinfonia fatta di variazioni, con il cantato a porre l’accento su questo o quel tratto di strada, amalgamato perfettamente nel sound generale e soprattutto nella struttura di un pezzo che, come suggerisce il titolo, poteva tranquillamente finire in coda a tutti gli altri. “Zen again” ha invece un piglio più emo, più diretto ma non per questo meno efficace, che prepara la bocca ai tre movimenti di “Penrose stairs” (part I, II e III), un saliscendi sonoro “impossibile” per definizione, ma di una concretezza altrettanto evidente. Qui si parla la lingua degli strumenti, il luogo mentale dove è più facile rimanere intrappolati in un circolo senza capo né coda. Contrappunti, dilatazioni, crescendo, calando; con maestosità e delicatezza. “Cold air” rappresenta al meglio il prototipo del pezzo alla June Miller e, in quanto tale, si può prendere come esempio vivido della capacità di questi ragazzi di saper creare in maniera molto pop qualcosa che riesce a trascendere la semplice melodia senza però mai perderla di vista. Una nevicata acustica. Trovata la quadratura poi, il concetto viene ribadito nei tre pezzi successivi, talvolta in maniera più pesante come nell’ottima “Howard”, oppure riprendendo la via semi acustica, vedi la lieve “Distances” e la marcia dal crescendo vagamente sintetico (e molto azzeccato) “The firefly”.



Difficile trovare questa qualità, in questi termini, nel nostro paese. I June Miller con “I couldn’t be with you even if I wanted” sono riusciti a distillare un modo di fare musica che solitamente è esclusiva di altri - non a caso il disco è stato prodotto e mixato da Chris Crisci degli Appleseed Cast, uno che ha già dato prova di saper padroneggiare la materia - prendendo evidentemente spunto da tutti, senza però ricalcare nessuno. Che poi credo sia la cosa più importante quando si ha a che fare con questo tipo di arte. Quella e le grandi melodie.
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