«ROSES - Cranberries» la recensione di Rockol

Cranberries - ROSES - la recensione

Recensione del 27 feb 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Una cosa sanno fare molto bene i Cranberries: scovare la melodia giusta, trasformarla in una ballata (possibilmente acustica e dal sapore vagamente irish folk) e affidarla al cantato inconfondibile di Dolores O’Riordan (meglio se in versione sussurrato / evocativa).
Padroneggiare discretamente bene questa particolare abilità, ha permesso ai quattro irlandesi di vendere milioni di dischi. Oddio, questa abilità e “Zombie”.
Che poi “No need to argue” fosse un ottimo disco indipendentemente dal singolo più famoso dai quattro di Limerick è un altro discorso: “Daffodil lament” e “Ode to my family” sono tutt’oggi i due pezzi migliori mai scritti dalla band. Senza “Zombie” però, ho paura che in pochi oggi se ne ricorderebbero.
Ad ogni modo, dopo il grande successo di “No need to argue”, l’impressione era di essere alle prese con una band destinata a crescere a dismisura. “To the faithful departed” però non fu all’altezza del suo predecessore, “Bury the hatchet” ancora meno e via così fino al mediocre “Wake up and smell the coffee”. A caccia di nuove motivazioni, nel 2003 i Cranberries decidono che è arrivato il momento di separarsi, la storia sembra arrivata al capolinea. Questo almeno fino al 2009, quando, per questioni contingenti alla (trascurabile) carriera solista di Dolores, i quattro infine si riuniscono ufficialmente. Il passo successivo prevede richiamare in studio il produttore storico Stephen Street, a quanto pare l’unico essere umano in grado di restituire i Cranberries ai fasti degli esordi, cioè quando sapevano fare una cosa e la facevano bene.

Ecco dunque “Roses”, il primo album in studio da dieci anni a questa parte, undici pezzi in perfetto stile Cranberries prima maniera: soft rock melodico, pacioso, quasi interamente acustico, estremamente rilassato e giocato sull’amalgama ben bilanciata di basso, chitarra, batteria e voce. Partendo da questa struttura base molto semplice (ma come sempre molto solida), Street abbassa notevolmente i bpm rispetto alle ultime uscite e restituisce a Dolores il ruolo di collante dell’intero costrutto melodico. Addio quindi ai gridolini isterici, agli acuti fuori posto e alle tirate sopra le righe, e spazio alle sovrapposizioni, ai cori di sfondo e al cantato sottovoce: “Roses” è il disco che i Cranberries hanno cercato invano di replicare dal ’94 in poi, un “No need to argue” aggiornato abbastanza da non sembrare una copia, ma non così tanto da tradire lo spirito dell’originale. Un risultato ottenuto grazie ad una vena compositiva senza dubbio rinvigorita. Nessuna caccia disperata al singolo (e quindi all’ennesimo erede mancato di “Zombie”), nessuna velleità sperimentale. “Conduct” e “Tomorrow” aprono in modo tutto sommato convenzionale, se però prendiamo come termine di paragone i Cranberries di vent’anni fa. “Fire & soul” e “losing my mind” hanno quel tocco leggermente elettronico (specialmente in zona ritmica) sufficiente a renderle quantomeno curiose; due episodi comunque trascurabili non fosse per la ritrovata finezza esibita da Dolores nel cantato. Idem “Raining my heart”, comunque più spigliata ed elegante per via degli arrangiamenti. “Schizophrenic Playboys” aumenta il ritmo incupendo contemporaneamente i toni, mentre in “Waiting In Walthamstow” fanno la loro comparsa gli archi per un accompagnamento senza dubbio molto delicato che cresce nella gemella “Show me”, il pezzo più “grosso” in termini di respiro, forse il più succulento se pensato in ottica live. Sono i tre pezzi conclusivi però a regalare le soddisfazioni più consistenti. “Astral Projections” e “So good” rappresentano al meglio il nuovo corso: morbide, ispirate, retrò, senza dubbio più che convincenti (“So good” in modo particolare). E infine “Roses”. Come fu “No need to argue” per l’omonimo disco, anche qui alla titletrack spetta il compito di chiudere il disco nel migliore dei modi. “Roses” è la vera gemma, una ninna nanna per chitarra e voce, la melodia giusta che diventa ballata acustica, sussurrata in punta di piedi, cullata dalla voce inconfondibile di Dolores O’Riordan.

Una cosa sanno fare i Cranberries, la sanno fare molto bene, ma era da troppo tempo che non ci provavano con questa libertà, senza cioè la pressione data dal dover azzeccare il disco giusto a tutti costi. Una volta liberati da questo peso, sono stati in grado di ritrovarsi. La pausa ha fatto bene. Per carità, niente di eccelso (i testi sono un po’ quello che sono, tanto per dirne una), però nel loro campo va detto che in pochi sanno fare di meglio. Poi è ovvio, i Cranberries ormai sono sufficientemente mainstream da dividere a priori: c’è chi li amerà sempre, e chi non li sopporterà neanche sotto tortura. Per quanto mi riguarda, l’unico rimpianto è di non aver visto un bel divano in copertina.

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