«MILLIMETRO - Celeste Gaia Torti» la recensione di Rockol

Celeste Gaia Torti - MILLIMETRO - la recensione

Recensione del 27 feb 2012 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Confesso subito il mio pregiudizio positivo nei confronti della ragazza: l’unica fra i Giovani ad aver portato al Festival di Sanremo una canzone esplicitamente pop, e spudoratamente appiccicosa grazie a un ritornello furbo ma non banale (“Carlo”) - e infatti, a conferma dell’insipienza dei votanti, è stata eliminata. Ero comunque pronto, accingendomi ad ascoltare l’album, ad una mezza o anche quasi intera delusione, per il timore che la canzone sanremese fosse un episodio isolato nel Cd di debutto (11 canzoni) della ventunenne cantautrice. Era soprattutto la parole “cantautrice” a preoccuparmi: troppe ne ho sentite, di lagnose imitatrici di Carmen Consoli, negli ultimi anni, e troppe ne ho schivate di pretenziosette sedicenti esponenti della “canzone d’autore”.
Invece, e per fortuna,Celeste Gaia è diversa. Perché compone canzoni, non “brani” o “songs”; perchè scrive testi vivaci, originali, fantasiosi, e non ricicla le solite rime obbligate del lessico canzonettese; e perché, nel complesso, sembra non avere la presunzione di prendersi troppo sul serio.
Questo lo posso dire dopo aver ascoltato il disco; ma, confesso di nuovo, il mio pregiudizio positivo si era rafforzato dopo aver letto i credits nel libretto del Cd. Per due motivi, principalmente: perché la produzione e gli arrangiamenti sono firmati da Roberto Vernetti, che non solo è uno bravo ma è anche uno che di solito non mette le mani in cose che non meritano attenzione. E perché contiene questo ringraziamento: “Grazie al Maestro Giancarlo Bigazzi, mi ha insegnato tanto”.
Poi, appunto, il disco ha confermato le aspettative. Oh, intendiamoci: non sto gridando al capolavoro. Alcune canzoni sono effettivamente pregevoli (“Strade. Milano”, “Hai ragione tu”, “Millimetro”), altre peccano di ingenuità - o vezzi - che mi auguro siano peccati di gioventù (per esempio una certa allergia alla metrica rigorosa e un ricorrente scivolare nel quasi parlato). Ma la ragazza, che è solo ventunenne, ha stoffa, e si sente. Se non temessi di portarvi fuori strada, citerei Valeria Rossi e Arisa: non come influenze, ma come assonanze e suggestioni (e detto da me, non equivochiamo, è assolutamente un complimento). La produzione di Vernetti ha il suo peso, certo: i suoni, naturali ma usati “da disc jockey”, vestono le canzoni con efficacia e senza invasività. Ma lo stesso produttore mi ha assicurato di aver lavorato su materiale già strutturato, e quindi su canzoni già “fatte”, non su abbozzi da sviluppare in studio.
Celeste Gaia non è andata in finale, a Sanremo: avrebbe meritato di andarci, ma forse è stato meglio per lei (come per un’altra eliminata, Giulia Anania) non trovarsi in quella compagnia. A proposito, un’altra conferma del mio pregiudizio positivo: nel video di “Carlo” si vede per un paio di volte un’elaborazione di “Incuneandosi nell’abitato (In tuffo sulla città)”, un quadro del pittore futurista Tullio Crali al quale sono molto affezionato. Non l’avrà scelto Celeste Gaia (o forse sì, chi lo sa?), ma mi ha fatto piacere che ci sia. E l’ho preso come un segnale positivo.

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