«BOGGY DEPOT - Jerry Cantrell» la recensione di Rockol

Jerry Cantrell - BOGGY DEPOT - la recensione

Recensione del 15 apr 1998

La recensione

Con gli Alice in Chains fermi ormai praticamente da tre anni (i problemi di tossicodipendenza del cantante Layne Stanley sembrano non avere fine) Jerry Cantrell iniziava ad avere dei problemi. Stare fermi troppo a lungo finisce per innervosire quasi chiunque. Già ai tempi dell’MTV unplugged’, che cercava di barare sulla vitalità del gruppo pur essendo poco più che un ‘one shot’ girato in poche ore, Cantrell, accompagnato nelle interviste dal batterista degli AIC Sean Kinney, ipotizzava un maggiore e inevitabile spazio ai suoi progetti solisti. Così adesso arriva il suo album solista, che vede insieme, oltre agli altri AIC (Sean Kinney in tutti i brani e il bassista Mike Inez in tre) un organico rock di tutto rispetto, a partire dai bassisti: Norword Fisher dei Fishbone, Rex Brown dei Pantera e Les Claypool dei Primus. Al disco partecipa anche Angelo Moore (Fishbone), mentre la produzione è affidata a Toby Wright, già al lavoro su "Dirt", "AIC" e "MTV Unplugged". Non sorprende che "Boggy Depot" scorra via come un album profondamente influenzato dalla visione sonora del gruppo di Seattle, mentre conquista il fatto che Cantrell sia riuscito, nonostante ciò, a realizzare un album personale. Se alcuni brani, come l’iniziale "Dickeye", "Cut you in", "My song" e "Jesus hands" fanno desiderare che sia la voce roca e infelice di Layne Stanley a farci sprofondare nuovamente nei suoi inferni privati, canzoni come "Breaks my back", "Settling down" e "Hurt a long time" ci mettono di fronte a sonorità e armonie vocali più tipicamente west-coast, nelle cui vene scorre comunque sangue rock. Di fatto, in alcuni brani, tanto dal punto di vista della costruzione che dell’interpretazione vocale, la musica e il timbro di Cantrell riportano alla mente quell’altro chitarrista visionario e silenzioso che risponde al nome di David Crosby. Le armonie dei brani conquistano ascolto dopo ascolto, sì che dopo alcuni giri nel lettore si intraveda il sole che splenda al di là delle nubi in primo piano. E’ un disco di rock nervoso, "Boggy depot", a tratti tragico e sfregiato come i migliori momenti degli AIC, in altri frangenti lirico e nostalgico come la copertina di "If I could only remember my name". Cantrell si conferma scrittore e autore capace, anche se si trova indirettamente a fare i conti con il paragone indiretto che lo affianca alla voce dell’ex-pard Layne Stanley. Ma il chitarrista ha dalla sua parte una maturità che gli permette di fare un disco comunque credibile, che non scimmiotta personaggi, ruoli né tanto meno contesti storici ormai passati. "Boggy depot" è un album adulto, figlio di quel rock che gli Alice in Chains potrebbero egregiamente portare avanti se soltanto Layne Stanley riuscisse e venire a patti con i suoi problemi personali. Forse in lui si è spenta la scintilla della "novità" assoluta, (e non a torto, perché in questo ottimo disco non c’è niente che non sia già stato fatto), forse la continuità richiede un altro carattere: fatto sta che Alice resta in catene e che Stanley sembra aver perso le chiavi: gli altri prendono quello che c’è e fanno cerchio intorno a Cantrell. Finché scrive brani come "Satisfy" e gli altri citati ci sarà comunque un motivo per suonare. E chissà che, prima o poi, anche Alice non senta il richiamo...

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