«KAIROS - Sepultura» la recensione di Rockol

Sepultura - KAIROS - la recensione

Recensione del 27 giu 2011 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Il fatto che i grandi dell'epopea thrash anni Ottanta siano ancora - in pratica - tutti in attività ha il suo fascino innegabile, oltre che una valenza commerciale non indifferente basata sul quoziente nostalgia. E tanti, come il sottoscritto, ne restano ammaliati. Mediamente il risultato è la riproposizione dei vecchi schemi rodati e collaudati, magari con qualche autocitazione di troppo (a sfiorare l'effetto "mi copio da solo i pezzi, intanto nessuno può dirmi niente"), ma nel complesso efficace; purtroppo, onestamente, questo non è il caso dei Sepultura. Già, perché è un dato di fatto che se in una band abbandonano i membri fondamentali - le colonne portanti a livello compositivo e di sound - non c'è sostituzione che tenga. E i Sepultura, in un lento stillicidio durato 10 anni (ossia tra il 1996 e il 2006), hanno perso i due componenti che avevano fondato il gruppo, ne erano i portavoce e l'anima: Max Cavalera e Igor Cavalera.
Scordiamoci - nel caso qualcuno avesse provato a sperare in un ritorno dei vecchi fasti - ogni riferimento al periodo 1989-1996: anzi, questo è, probabilmente, il primo vero disco dei nuovi Sepultura, che non risente più in alcuna misura dell'influenza della ditta Cavalera & Cavalera.
Fatto questo preambolo, vediamo cosa ci riserva "Kairos" - dodicesimo album in studio dei brasiliani, nonché concept dedicato al tempo e al suo scorrere. Si tratta di un album problematico, e non poco, sopratutto per i fan di vecchia data. E, diciamolo, il problema è che nonostante sulla copertina ci sia scritto Sepultura, questa band non suona come i Sepultura che hanno lasciato un'impronta indelebile nell'immaginario metal comune. Non c'è nulla da fare, è tutta un'altra storia... è come comprare una bottiglia con scritto Barbera sull'etichetta e scoprire che dentro, invece, c'è uno spumantino rosato. Può anche piacere, ma caspita, non è quello che si voleva.
Qualcuno ha visto in "Kairos" il lavoro della riscossa, nel senso che il gruppo avrebbe colto l'opportunità per affrancarsi da un passato che per forza di cose non poteva più appartenergli; ma il termine riscossa implica anche una componente di "vittoria" e "brillante superamento"... ma francamente la vittoria dei Sepultura in questo frangente è la classica vittoria i Pirro. Tipo: "Hey, non siamo più quei Sepultura là che tutti amano e venerano, siamo cambiati tantissimo e abbiamo pubblicato un disco monolitico e monotono, con qualche striatura di elettronica e ambient perché volevamo rompere col passato!". Ehm... ok. Perché lo fai, disperata ragazza mia?
Proviamo dunque un approccio diverso, perché è giusto calarsi nelle vesti dell'avvocato del diavolo per non lasciare dubbi. Fingiamo che "Kairos" sia un album degli XYZKX (inserite nome di fantasia a vostro piacimento), per valutarlo senza preconcetti. In effetti l'impressione è quella di un onesto e sudatissimo disco di thrash-core con inserti moderni; nulla per cui stracciarsi le vesti, ma neppure un disco da bocciare: diciamo che se fossimo a scuola prenderebbe un "dal sei al sette", per non sbilanciarci troppo.
Dunque anche cambiando angolazione tutto sembra portare verso la medesima conclusione: i Sepultura senza i due Cavalera non sono i Sepultura. I due Cavalera insieme (che si dilettano coi Cavalera Conspiracy) non sono i Sepultura. E allora, per il bene della band - e dei fan - sarebbe ora che rompessero gli indugi e si decidessero a quella benedetta reunion che tra infiniti tira e molla è in ballo da troppo tempo. Altrimenti, buon anonimato a tutti... i fan non continueranno a comprare i dischi in eterno sulla scorta di un nome.
Una nota di colore: "Kairos" contiene una cover dei Ministry ("Just one fix") e - solo nella versione deluxe - una dei Prodigy ("Firestarter"). E sono tra gli episodi migliori di tutto il disco. Qualcosa vorrà dire...

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