«RAVEN IN THE GRAVE - Raveonettes» la recensione di Rockol

Raveonettes - RAVEN IN THE GRAVE - la recensione

Recensione del 04 apr 2011 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Con le dichiarazioni d’intento che solitamente accompagnano i nuovi lavori delle band ci si potrebbe scrivere un libro. Tra le più gettonate, al pari di “questo è il nostro miglior album di sempre”, solitamente c’è: “Questa volta abbiamo realizzato qualcosa di nuovo, di mai sentito prima”. E’ successo anche a Sune Rose Wagner e Sharin Foo, i Raveonettes, un paio di anni fa per l’uscita di “In and out of control”. E succede anche oggi sempre ai Raveonettes quando introducono il nuovo “Raven in the grave” come il disco della svolta o meglio, del rinnovamento. Abituati come siamo a non abboccare più a certe promesse elettorali, l’approccio al disco può essere quindi viziato da una certa diffidenza. Vanno però fatte delle precisazioni che potranno essere decisive in sede di giudizio finale. Va detto ad esempio che, al contrario di tante altre band, il duo danese non ha ancora registrato una battuta d’arresto dal 2001 a oggi: dieci anni di attività, quattro dischi (cinque con questo) e tutti di ottimo livello. Poi vai a caccia di rimandi e trovi band come i Pains Of Being Pure At Heart, i recentissimi Vaccines, i Chapel Club e via dicendo, che da qualche parte dovranno pure aver pescato, e tirare in ballo sempre i Jesus And Mary Chain è diventata oramai un’operazione quasi stucchevole. James Allan, se non fosse stato per un concerto dei Raveonettes del 2004 a Glasgow, a quest’ora sarebbe chiuso in un ufficio a fare l’impiegato invece di calcare i palchi europei con i Glasvegas, parole sue. A questo punto anche le dichiarazioni di circostanza, per quanto ridondanti, vanno prese con le determinate precauzioni se fatte da qualcuno che può permettersi di farle. L’ascolto di “Raven in the grave” poi, conferma in pieno le premesse: via i tipici beats e i lampi noise-chitarristici di “Pretty in black” e “Lust lust lust”, via il piglio indie, solare e divertito di “In and out of control”, e libero sfogo ai synth, ai drum beat elettronici e ai riverberi per un’atmosfera molto più cupa e rarefatta. In altre parole molto meno garage rock e molto più shoegaze, psichedelia e dream pop. Meno BRMC, e più Cure, Knife e Mercury Rev tanto per capirci. E sì, un occhio sempre ai Jesus and Mary Chain ovviamente. Nove pezzi in tutto, incentrati sul tema delle relazioni umane, sui limiti di tali relazioni e di quanto esse siano devastanti quando finiscono. Un disco dal sapore finalmente (e veramente) diverso dunque, ma sempre impostato sul tipico songwriting di Wagner con melodie dirette al centro della composizione, battezzato dallo stesso come “la perfetta colonna sonora per l’inverno giusto in tempo per la primavera”. I nuovi Raveonettes sono quelli di “War in heaven”, azione da “tre passaggi e tiro in porta” con chitarra, synth e beat di fondo a creare il giusto mix di atmosfera (dark), sono il dream pop di “Summer moon”, ballata arpeggiata che sarebbe piaciuta molto al Jonathan Donahue dei tempi di “Deserter’s songs” e “All is dream”, guarda caso due dischi a cavallo tra il 1998 e il 2001 (anno in cui i Raveonettes iniziavano a muovere i primi passi). Batteria e basso si prendono poi la ribalta con “Ignite”, una via di mezzo tra il post punk impetuoso dei Joy Division e il pop raffinato e docile dei Pains of Being Pure at Heart, e “Evil seed”, la “quasi” title track dove l’atmosfera si fa se possibile ancora più cupa. Ma è con la meravigliosa “Apparitions” che il disco raggiunge l’apice, una ballata minimale dall’anima scura dove le voci di Sune e Sharin si trovano a duettare meravigliosamente in una favola nera raccontata in un cimitero. Un fuoco fatuo filtrato dai synth, il pezzo che più di tutti rappresenta la nuova onda che la band sta cavalcando. Nuova onda che poi tanto nuova non è, ma va detto che quelli dei Raveonettes sembrano dischi in grado di funzionare a prescindere dalla data di pubblicazione. “Raven in the grave” è un album asciutto come ci si può (e ci si deve) aspettare da una band con oramai una certa esperienza anche in campo produttivo (i Raveonettes fanno da soli da qualche anno, praticamente dalla rottura con la Sony e il passaggio all’indipendente Vice), sufficientemente coeso e ispirato da non far sentire mai la mancanza di un vero e proprio singolo di spicco. Una virata dark in piena regola. L’ennesimo centro della premiata ditta Wagner/Foo.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.