«SMOKE RING FOR MY HALO - Kurt Vile» la recensione di Rockol

Kurt Vile - SMOKE RING FOR MY HALO - la recensione

Recensione del 04 apr 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Paragoni ingombranti, nomi come Bruce Springsteen, Mellencamp, o addirittura Bob Dylan. Del quarto disco di Kurt Vile si parla parecchio, se ne parla nei posti giusti (testate importanti, social network) e se ne parla con toni al limite dell'enfatico.
In realtà, "Smoke ring for my hallo" è una bestia strana da classificare, "un oggetto di una bellezza riluttante", come ha scritto l'NME e questo è probabilmente il suo maggior pregio.
Con i grandi nomi del mainstream rock americano, Kurt Vile ha poco in comune, ma quel poco conta: ed è una capacità di descrivere e raccontare che rimane impressa. Ma musicalmente, Kurt Vile sta da un'altra parte. Lo si capisce subito dalla copertina: una foto in bianco e nero, una chitarra acustica, la faccia parzialmente coperta dai capelli lunghi. Vile arriva dall'indie, e lo si intuisce fin dalle prime note. La sua musica è dimessa come la copertina del disco, tutte le canzoni sono pervase da un understatement che blasonati termini di paragone proprio non hanno. "I'm just playing, I gotta make most of it", canta in "On tour".
E però si vede e si sente che questo minimalismo non è una posa, un atteggiamento, come capita a tanti cantautori indie, che fanno gli scazzati ma aspirano alla fama. No, Kurt Vile pensa a costruire le sue canzoni, con stratificazioni sonore basate su un pregevole stile di chitarra, sia acustica ("Baby's ars"), sia elettrica ("Jesus fever"). Anche quando arriva il riff diretto ("Puppet to the man"), arriva poi quella voce unica, filtrata, che toglie alla canzone ogni pretesa di epicità.
E' un gran bel disco, questo "Smoke rings for my halo". Forse non è il capolavoro che si legge in giro, ma è il disco di un cantautore rock che riesce a non essere né troppo indie né troppo mainstream, che ha una sua voce unica, priva dei difetti di entrambi le "categorie". E' un disco che va ascoltato molte volte, per essere apprezzato fino in fondo. E questo, giova ripeterlo, è un gran pregio in tempi di musica usa e getta.

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