«PREACHING TO THE PERVERTED - Fuzztones» la recensione di Rockol

Fuzztones - PREACHING TO THE PERVERTED - la recensione

Recensione del 07 feb 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Il “Fuzztone”, o più semplicemente il “Fuzz” è un effetto di chitarra reso famoso dai Rolling Stones in “(I can’t get no) Satisfaction". E’ uno dei simboli del garage rock degli anni ’60, e c’è chi ci ha costruito una carriera sopra. O quasi.
Perché i Fuzztones sono uno dei simboli del revival garage rock che avvenne negli anni ’80, di quella scia di gruppi che andò a ripescare oscure band di 20 anni prima, dopo la visibilità che venne loro offerta da “Nuggets”, la storica raccolta curata da Lenny Kaye. Ma i Fuzztones sono rimasti un gruppo che si esagera persino a definire “di culto”. Passano spesso dall’Italia (pur essendo americani, suonano e pubblicano più in Europa). I loro concerti sono frequentati sempre dagli stessi pochi appassionati.
Loro - anzi, lui, perché tutto gira attorno alla figura di un personaggio che si fa chiamare Rudi Protrudi – continuano imperterriti a fare da sempre la stessa, bella musica. “Preaching to the perverted” è il primo disco di inediti da tempi immemorabili, ma la formula non cambia: canzoni basate su quell’effetto di chitarra e sull’organo Farfisa (altro simbolo sonoro di quel periodo a cui si rifanno); immaginario tra l’horror di serie B e il sesso esplicito (dettaglio che fa un po’ ridere, visto che Protrudi ha un’età indefinita ma ormai sopra i sessanta, e si veste e si comporta come un rocker ventenne arrapato).
Tutto questo può sembrare un po’ triste, invece non lo è per niente: perché questo è un bel disco per nostalgici di un sound che quasi non esiste più, quella psichedelia che le nuove generazioni di musicisti hanno quasi completamente dimenticato. Le canzoni funzionano, sono ben scritte e ben interpretate da quella voce che in 30 anni non è cambiata di una virgola. A dir la verità, i Fuzztones hanno sempre dato il loro meglio ripescando cover oscure e meno oscure dal repertorio degli anni ’60, dai Sonics ai Love, per intenderci. Ma per una volta non se ne sente la mancanza. Se non conoscete i Fuzztones, e se la descrizione del loro sound vi attira, il consiglio è quello di andarsi a recuperare una delle tante raccolte che circolano su di loro e poi passare a questo disco. Se già li conoscete, alla notizia di un nuovo disco l’avrete già recuperato, quindi continuate pure ad ascoltare canzoni come “My black cloud” o “Lust pavillon”, o continuate a immergervi in canzoni come “Bound to please” e nei suoi suoni lisergici (brutto aggettivo, lo so: non sto cercando di fare il “critico” che usa un linguaggio evocativo: “Lysergic emanations” del 1985 è il disco più bello del gruppo”)
Nel loro piccolo, i Fuzztones sono una certezza, e questo disco lo dimostra.

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