«DYE IT BLONDE - Smith Westerns» la recensione di Rockol

Smith Westerns - DYE IT BLONDE - la recensione

Recensione del 07 feb 2011 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Le raccomandazioni, dalle nostre parti, sono all’ordine del giorno. Sarà pure un luogo comune, ma essere raccomandati (a quanto pare) aiuta. Accaparrarsi i riferimenti migliori da spacciare in rete come presentazione o biglietto da visita che dir si voglia, è il primo passo per lanciare nel migliore dei modi una band nuova e giovane. Gli Smith Westerns sono una band quasi nuova (2007), e sicuramente molto giovane: i quattro ragazzi di Chicago hanno tutti tra i diciannove e i vent’anni. E in scioltezza, dopo due album si sono garantiti paragoni niente meno che con i Beatles, Bowie e compagnia bella. Sapendo che i Beatles vengono tirati in ballo ogni tre per due, quanto c’è di vero in cotanta pubblicità lo si scopre ascoltando il nuovo lavoro dei Nostri, “Dye it blonde”. Il disco, prodotto da Chris Coady (già al lavoro con Beach House e Yeah Yeah Yeahs), arriva a due anni di distanza dal primo omonimo “The Smith Westerns”. Due anni che hanno permesso alla band di crescere e farsi un nome nel giro, anche grazie all’aiuto di MGMT, Florence and The Machine, Belle & Sebastian, Girls e Passion Pit, tutta gente con cui gli Smith Westerns hanno condiviso palchi americani ed europei in tour come supporto. Smessi i panni di band lo-fi - nomea guadagnata sul campo: il primo album è stato registrato praticamente in casa – gli SW hanno messo insieme dieci pezzi indie pop dal gusto vintage, più o meno sulla falsariga dell’esordio. E chiamare in causa i Beatles a conti fatti non è poi quel gran delitto. Il discorso è simile a quello fatto per gli MGMT ai tempi di “Congratulations”: in quel caso c’erano i Pink Floyd a “supervisionare” il lavoro, qui sono i quattro di Liverpool a metterci lo zampino, dalla melodia ai testi. Provare per credere, vedi le due track d’apertura “Weekend” (singolo di lancio azzeccato) e “Still new”, ma bene o male tutto il disco: la catchy “Imagine pt.3”, “All die young", più evocativa e nostalgica, “Fallen in love” e “Only one” (forse le più beatlesiane di tutte), l’istrionica “End of the night”, la meravigliosa “Smile”, un incredibile ritornello da cantare a voce alta e che non ne vuole sapere di uscire dalla testa, la movimentata “Dance away” e l’ottima conclusiva “Dye the world”, dove oltre a una carrettata di Beatles ci si mette pure, come preannunciato, anche un po’ di Bowie. Non stupisce che il cantante e chitarrista Cullen Omori faccia riferimento al brit pop anni Novanta come maggior fonte d’ispirazione per “Dye it blonde”: per gente che è cresciuta a pane e Oasis, Suede, e prima ancora Pulp e via dicendo, credo sia normale. Com’è normale per chi ascolta, trovare e mettere in risalto rimandi ancora diversi e inediti, benché manifesti. Cullen Omori, Cameron Omori, Max Kakacek e Colby Hewitt sono quindi quattro ragazzi che hanno preso spunto da qualcuno che ha preso a sua volta l’ispirazione da altri. E sempre ai Beatles si arriva, in un modo o nell’altro. Quindi? Troppo derivativi? Non ci vedo nulla di male: saper scrivere (bene) quelle che a prima vista sembrano “solo canzonette”, non è poi una cosa così facile, specialmente quando mille altri prima di te l’hanno già fatto. Insomma, “Dye it blonde” non passerà alla storia, ma trentacinque minuti della nostra glieli possiamo sicuramente dedicare, con il rischio di divertirci anche un po’.

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