«VINTAGE VINOS - Keith Richards» la recensione di Rockol

Keith Richards - VINTAGE VINOS - la recensione

Recensione del 09 gen 2011 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Lo ammetto, e sto per dire una cosa che farà inorridire i veri appassionati dei Rolling Stones. Per lungo tempo ho sottovalutato Keith Richards. Che poi sottovalutare è una questione relativa: lui era "solo" il grande chitarrista un po’ pazzo, quello dal suono unico. Ma poi si finiva a pensare a Mick Jagger, e magari a tollerare quelle due canzoni che Keef cantava nei dischi degli Stones. Poi nelle vacanze di Natale ho letto ”Life”, la sua biografia, e ho iniziato a capire davvero la vere dimensioni della sua grandezza. Keef non è soltanto un “personaggio”, un pezzo di storia vivente. Ma un grandissimo, enorme musicista ed autore, che ha incarnato meglio di chiunque altro lo spirito del rock 'n' roll, nel bene e nel male.
Questa raccolta, pubblicata assieme alla biografia ma passata sostanzialmente sotto silenzio, è un utile memorandum della sua importanza assoluta, anche fuori dagli Stones. Il materiale è tratto dai tre dischi solisti, “Talk is cheap” del 1988 e “Main offender” del ’92, oltre ad alcune canzoni dal disco dal vivo uscito tra i due, “Live at the Hollywood Palladium”. Dischi che Keef finalmente si decise ad incidere dopo quelli di Jagger, che a metà degli anni ’80 aveva sfruttato un contratto multimiliardario degli Stones con la Columbia per lanciare la propria carriera solista. Soprattutto il primo disco, “Talk is cheap” è un piccolo capolavoro di suoni vintage, suonato con una band stellare (Waddy Watchel, Maceo Parker, Ivan Neville…). Ma anche in canzoni come “Wicked as it seems” da “Main offender”, Keef riesce a mettere i suoi leggendari riff al servizio di grandi canzoni, cantate con quella voce un po’ esile ma terribilmente espressiva come la sua faccia.
Ascoltate oggi, queste canzoni forse soffrono un po’ ritmicamente per quella batteria così secca molto anni ’80 e ’90 di Steve Jordan, che però fu il vero sodale di Richards in queste sortite, colui che gli diede la spinta a provare questa strada. Il disco comprende anche alcuni brani live, tra cui una bella e chilometrica versione di “Happy”, la canzone simbolo di Richards negli Stones (“Exile on main street”, ovviamente) e “Hurricane”, brano inciso nel 2002 assieme a Ron Wood ma pubblicato nel 2005 a nome dei Rolling Stones per raccogliere fondi per le vittime dell’uragano Kathrina.
Se proprio bisogna essere sinceri, sarebbe stato fantastico avere anche qualche canzone del Richards cantante per gli Stones, come il bellissimo 1-2 finale di “Bridges of Babylon” “Thief in the night”-“How can I stop” (leggenda vuole che Jagger si sia incazzato perche quel disco comprendeva anche un'altra canzone: ben tre brani cantati da Richards non li poteva tollerare, e che la soluzione salomonica sia stata fondere questi due brani in un'unica suite messa al termine del disco). E la vera chicca sarebbe stata quella sentire Richards suonare quella “Malaguena” che riveste un ruolo centrale in alcune storie del libro. Ma la verità è che questa raccolta è godibilissima così com’è, e rende giustizia ad un grandissimo musicista.

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