«PER ORA NOI LA CHIAMEREMO FELICITA' - Le Luci della Centrale Elettrica» la recensione di Rockol

Le Luci della Centrale Elettrica - PER ORA NOI LA CHIAMEREMO FELICITA' - la recensione

Recensione del 08 nov 2010

La recensione

C’è chi lo ama e chi lo odia. C’è chi è convinto che sia la migliore cosa successa alla musica italiana negli ultimi anni, e c’è chi pensa che sia sopravvalutato. E’ Vasco Brondi, in arte a href="http://www.rockol.it/artista/Le-Luci-Della-Centrale-Elettrica">Le Luci Della Centrale Elettrica. Due anni fa il suo disco d’esordio, “Canzoni da spiaggia deturpata”, arrivò a vincere il premio Tenco per la migliore opera prima, e fece discutere parecchio. La sua seconda opera, questo “Per ora noi la chiameremo felicità”, sta facendo altrettanto: c’è chi si è già stufato e lo ha “scaricato” – come capita spesso alla stampa inglese, che incensa un disco d’esordio per distruggerne il seguito – e chi è convinto che sia un altro capolavoro. Intanto se ne parla, e parecchio.
“Per ora noi la chiameremo felicità” è - semplicemente, ma non troppo - un degno successore dell’esordio, anzi è un deciso passo avanti, soprattutto musicalmente. Nel disco c’è una nutrita schiera di musicisti – oltre a Giorgio Canali che ha prodotto l’esordio e che è qua anche presente, ci sono anche Stefano Pilia, Rodrigo D'Erasmo e Enrico Gabrielli – che contribuiscono a dare alla scrittura di Brondi un suono più pieno, elaborato, meno grezzo, senza perdere quella ruvidezza e quella tendenza a graffiare che è assolutamente funzionale ai testi.
Poi, appunto, ci sono le parole: forse oggi la scrittura di Brondi stupisce un po’ di meno rispetto all’esordio, ma è altrettanto forte, e forse ancora più matura. Il fatto è che in “questi cazzo di anno zero” (per usare una sua espressione) non c’è stato nessun altro giovane artista in Italia che sia riuscito a cantare le contraddizioni della società postindustriale con la forza di Brondi. E' per questo che soprattutto per i più giovani – quelli che magari non sono cresciuti con i CCCP, i CSI, gli Afterhours che in altri decenni hanno avuto la stessa funzione - queste canzoni sono un bel pugno nello stomaco, un bel modo di reagire a quello che si vede ancora. A partire da “Cara catastrofe” per arrivare a “Le ragazze kamikaze”, Brondi riesce nuovamente a trovare una serie di immagini scioccanti, impressionanti, eppure assolutamente reali. Inutile fare un elenco, ai lettori/ascoltatori la scoperta.
Insomma: Brondi non è sopravvalutato, è semplicemente se stesso. A tratti, forse, oltre che forte può sembrare un po’ forzato, ma è una caratteristica inevitabile della musica che fa, ed è forse anche la caratteristica che – suo malgrado – fa discutere tanto della sua musica. Quello che rimane è che “Per ora noi la chiameremo felicità” è un disco più maturo, che mostra un passo avanto in una strada già di per sé originale.
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