«MAN ALIVE - Everything Everything» la recensione di Rockol

Everything Everything - MAN ALIVE - la recensione

Recensione del 05 nov 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

C’è questa band che in poco meno di tre anni riesce a farsi un nome a Manchester e dintorni. E va bene, non sono i primi, e cascasse il mondo, non saranno gli ultimi. Si fanno chiamare Everything Everything perché, stando a quello che dicono: “Certe volte, sembra, si riesce ad ottenere tutto. Proprio tutto”. Beati loro. Gli inizi risalgono al 2007, la band comincia il rodaggio e leggenda vuole che, in occasione dell’esordio live (in un club di Manchester ovviamente), il set lasci tutti i presenti addirittura sconcertati. Il perché sembra legato al particolare mix che i quattro inglesi propongono: un pop sui generis, che pesca a piene mani dal jazz e che si fonda su ritmiche prog con più di una cosa in comune con il più estremo math rock. Musica pop “difficile” per farla breve. Arrivano allora i primi singoli, “Sufragette sufragette” e “Photoshop handsome”, che finiranno poi sul primo album ufficiale, “Man alive”, prodotto da David Kosten (già all’opera con Bat For Lashes tanto per dirne una) e pubblicato dalla Geffen. Non passa nemmeno un mese dall’uscita di “Man alive” ed ecco comparire i primi video su NME con la band che si prende la briga di spiegare, pezzo per pezzo, un album che sembra necessitare di qualche chiarimento. Quello che c’è da capire però è se un’operazione come questa nasce dalla scarsa accessibilità di un lavoro che non ha trovato la perfetta quadratura del cerchio mettendo troppa carne al fuoco (quindi via libera alla stroncatura), o se il prodotto è così buono che non si può non parlarne per capire al meglio ogni sfumatura. “Man alive” è senza dubbio un ottimo esordio, è un disco che intelligentemente prende il più accessibile dei generi per definizione, il pop, e lo trasforma in una creatura del tutto nuova e originale in cui convivono prog (a palate), jazz, r’n’b, math rock, sfumature beat, e un pizzico di ecletticità tutta elettronica. Da questo matrimonio così affollato nascono pezzi come la favolosa track d’apertura dal titolo impronunciabile “MY KZ, UR BF”: ci sono stati i Bloc Party con tutto “Silent alarm” nel 2005, gli MGMT con “Kids” e “Time to pretend” nel 2007, i Friendly Fires di “Skeleton boy” nel 2008, gli Animal Collective con “In the flowers” nel 2009 e se qualcuno credeva che quest’anno saremmo rimasti senza il “fuoriclasse” di turno adesso può dormire sonni tranquilli con questo sunto delle puntate precedenti. Apertura folgorante che non accenna a placarsi nemmeno con la seconda “Qwerty finger”, una sorta di math pop da montagne russe, Mika pompato all’estremo accompagnato da una batteria folle e da un basso quasi post punk, neanche stessimo parlando dei JoyDivision. “Schoolin” abbassa il ritmo mantenendo però sempre stabili le coordinate sonore tracciate dai due predecessori, aprendo la strada alla parte centrale del disco, quella composta dal pop sintetico di “Leave the engine room”, dalla variopinta “Final form” e da “Photoshop handsome”, negli intenti un omaggio “accelerato” agli Smiths (dicono loro), che va a riprendere il piglio e perché no, la follia dei primi due pezzi dell’album con risultati altrettanto entusiasmanti. Consci della necessità di frammentare l’ascolto per renderlo più interessante, gli EE piazzano a questo punto “Two for Nero”, una ballata pizzicata arricchita da un delizioso falsetto che lentamente prende fiato fino a crescere in un finale fatto di sovrapposizioni vocali al limite del canone. Un pezzo che non sarebbe dispiaciuto ai Radiohead di “In rainbows”. “Suffragette suffragette” è il singolo lanciato già nel 2008 e qui ripescato e giustamente messo a fare da traino a tutto il disco. Fa sorridere invece pensare a “Come alive Diana” come al pezzo che “non piace a nessuno” (dicono sempre loro). Effettivamente non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sentito, e direi lo stesso per “NASA is on your side”: buone certo, ma il resto è semplicemente meglio. Tutto un altro discorso invece per “Tin (the Manhole)” e per la conclusiva “Weights”, con un intro che se la gioca con “I've seen all good people” degli Yes ad armi pari, aggiornando il sound ai tempi che corrono ma mantenendo solida la struttura prog che bene o male è la spina dorsale dell’intero album. E sì, mi rendo conto di aver chiamato in causa un gran numero di termini di paragone, alcuni illustrissimi, correndo il rischio di sminuire l’album in questione. Direi abbastanza da chiedersi se forse non era più conveniente affidarsi direttamente alle amorevoli cure degli originali piuttosto che celebrare la nascita di una band che, messa in questi termini, sembra non aver scoperto niente di nuovo, ma semplicemente saccheggiato con perizia e gusto. La verità invece è che gli Everything Everything sono stati in grado di assimilare la lezione imbastendo un disco che di sicuro è debitore verso tutti i nomi fin qui citati, ma altrettanto capace di coniugare tutta questa abbondanza in maniera assolutamente originale e con ottimi risultati. Un pregio non da poco, specialmente trattandosi di un esordio. “Man alive” non è frutto della fortuna o, peggio ancora, di una serie di “rapine”: è un signor disco, fatto e finito.

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