40 anni fa i Bon Jovi superarono Springsteen e tutto cambiò

Il 18 agosto 1986 uscì “Slippery when wet”, rendendo Jon Bon Jovi e soci delle vere rockstar
40 anni fa i Bon Jovi superarono Springsteen e tutto cambiò

"'Slippery When Wet', l’album che ha cambiato per sempre le nostre vite". Jon Bon Jovi non ha mai avuto dubbi nell’attribuire al terzo album in studio dei Bon Jovi il merito di avere stravolto la storia della band, spalancandole le porte di un successo che fino a quel momento aveva soltanto inseguito. "Dovevamo farcela con questo album, dovevamo assicurarci che i Bon Jovi avessero un futuro, che la band continuasse a esistere. A quel punto pensavo che fosse una questione di vita o di morte", ricordò senza mezzi termini Richie Sambora nella serie di documentari di VH1 "Ultimate Albums", tornando sulla pressione con cui il gruppo affrontò la lavorazione del disco originariamente pubblicato il 18 agosto 1986.

Quel senso di ultima occasione finì per entrare anche nelle canzoni. Non a caso, prima che venisse scelto "Slippery When Wet", uno dei titoli pensati per l’album fu proprio "Wanted Dead Or Alive", come il brano in cui Jon Bon Jovi e Richie Sambora trasformarono la vita in tournée in un racconto da fuorilegge moderni, sempre in viaggio e sospesi tra un concerto e il successivo. L’album nacque soprattutto dalla sinergia tra Jon e Richie, amici e principali autori di una band che proprio grazie a quella collaborazione trovò la propria identità definitiva. Una complicità artistica che avrebbe segnato i decenni successivi dei Bon Jovi, prima che il rapporto si logorasse con il tempo fino all’uscita di Sambora dal gruppo nel 2013. Nel 1986, però, i due musicisti guardavano nella stessa direzione e sapevano che il terzo disco avrebbe deciso molto più del destino di dieci nuove canzoni.

Prima del successo mondiale

Quando i Bon Jovi iniziarono a lavorare a "Slippery When Wet", non erano più degli sconosciuti, ma non erano ancora neppure lontanamente la band capace di riempire gli stadi che sarebbe diventata di lì a poco. Jon Bon Jovi aveva cominciato a suonare ancora adolescente nel New Jersey e, dopo una successione di gruppi e tentativi, nel 1980 aveva registrato una prima versione di “Runaway”. Il brano trovò spazio nelle radio locali e contribuì a mettere in moto una storia che prese forma definitivamente nel 1983, quando attorno a Jon si riunirono il tastierista David Bryan, il bassista Alec John Such, il batterista Tico Torres e infine Richie Sambora alla chitarra.

Il debutto eponimo del 1984 aveva dato ai Bon Jovi il primo vero successo grazie proprio a “Runaway”, entrata nella Top 40 statunitense, e aveva permesso alla band di aprire concerti importanti, dagli Scorpions negli Stati Uniti ai Kiss in Europa. Il secondo album, "7800° Fahrenheit", pubblicato nel 1985, aveva consolidato il loro nome e ottenuto il disco d’oro negli Stati Uniti, ma non aveva prodotto il salto di livello atteso. Singoli come “Only Lonely” e “In And Out Of Love” non erano riusciti a replicare neppure l’impatto di “Runaway”. I Bon Jovi continuarono a macinare chilometri, aprendo per i Ratt negli Stati Uniti e partecipando al Monsters Of Rock di Donington, ma restavano una band chiamata soprattutto a scaldare il pubblico di qualcun altro.

Jon Bon Jovi non aveva intenzione di rimanere in quella posizione. Era ambizioso da prima ancora di avere una band stabile e affrontò il terzo album con l’idea che non sarebbe bastato fare un disco migliore dei precedenti. Serviva quello capace di cambiare categoria. Anche il manager Doc McGhee comprese che il momento richiedeva un cambio di metodo. Entrarono nuovi collaboratori, un nuovo produttore e si cercò uno studio diverso, mentre la scrittura si aprì per la prima volta in maniera sostanziale all’apporto di un autore esterno.

La costruzione di un successo

Nel gennaio del 1986, Jon Bon Jovi e Richie Sambora cominciarono a scrivere le canzoni nella casa della famiglia Sambora, nel New Jersey. L’esperienza accumulata nei due anni trascorsi quasi senza sosta in viaggio finì inevitabilmente dentro il materiale. "Abbiamo trascorso in tour gran parte della nostra vita adulta. Tutto quello che conoscevamo erano gli amori giovanili, il desiderio, l’essere delle rockstar. 'Wanted Dead Or Alive' era quasi un diario di quello che provavamo", raccontò Sambora in "Ultimate Albums". “Wanted Dead Or Alive” condensò quella condizione in una delle immagini destinate a diventare centrali nella mitologia della band. La vita del musicista in tournée venne sovrapposta a quella del cowboy, con città attraversate rapidamente, notti che si assomigliavano e la sensazione di essere continuamente in fuga verso la tappa successiva. Jon avrebbe ricordato molto tempo dopo quanto spontaneamente fosse nato il pezzo. "È uno dei nostri pilastri, una delle canzoni più importanti che abbiamo mai scritto, ma è praticamente piovuta dal cielo. È stata scritta interamente in un giorno. E sapete, un giorno verrà citata nel mio necrologio", disse il frontman ad "Access Hollywood" nel 2020.

A cambiare davvero il processo creativo fu però l’arrivo di Desmond Child, già autore con Paul Stanley di “I Was Made For Lovin’ You” dei Kiss e destinato negli anni successivi a diventare uno dei compositori più richiesti dell’industria americana. Child raggiunse Jon e Richie nel New Jersey e lavorò con loro nel seminterrato della madre di Sambora. Dalla collaborazione uscirono “You Give Love A Bad Name”, “Livin’ On A Prayer”, “Without Love” e “I’d Die For You”. Pur non riscrivendo l’identità della band, l'apporto di Child contribuì a mettere a fuoco gli elementi più immediati, lavorando sui ritornelli, sulle melodie e sulla capacità di unire l’impatto delle chitarre a strutture pop capaci di funzionare in radio.

Il gruppo arrivò a scrivere circa trenta canzoni, talmente tante che anche la selezione del materiale seguì un procedimento poco ortodosso. Vicino al luogo in cui i Bon Jovi provavano c’era una pizzeria frequentata dai ragazzi della zona e il gruppo decise di coinvolgerli. "C’era una pizzeria lì vicino. I ragazzi del posto si ritrovavano lì. Noi eravamo proprio dietro l’angolo, a provare e a scrivere. Alla fine siamo andati lì e li abbiamo invitati tutti a venire in studio con noi. Così furono trenta ragazzi a scegliere, di fatto, il materiale per questo album", raccontò Jon Bon Jovi al tempo come segnalato sul sito ufficiale "Backstage - Bon Jovi". Le reazioni di quei ragazzi ai demo contribuirono a stabilire quali pezzi avrebbero trovato posto nel disco.

Lasciato il seminterrato della famiglia Sambora, la band si spostò quindi ai Century Studios di Sayreville, un piccolo studio del New Jersey dove proseguì le prove e mise a punto le canzoni. In primavera arrivò il trasferimento a Vancouver, ai Little Mountain Sound Studios, e un altro incontro decisivo. Alla produzione venne scelto Bruce Fairbairn, che aveva attirato l’attenzione di Jon per il lavoro realizzato con i Black ’n Blue e che aveva già ottenuto dischi multiplatino con i Loverboy. Accanto a lui lavorò Bob Rock, responsabile dell’ingegneria del suono e del missaggio, molto prima di diventare a sua volta uno dei produttori rock più riconoscibili della sua generazione, mentre Tim Crich lavorò come assistente.

La formazione che incise "Slippery When Wet" era ancora quella classica dei Bon Jovi. Jon Bon Jovi registrò la voce principale e i cori, Richie Sambora le chitarre elettriche e acustiche, i guitar synth, la talk box e i cori, David Bryan le tastiere, i cori e quelli che nei crediti vennero indicati semplicemente come “rumori vari”, Alec John Such il basso e i cori e Tico Torres batteria e percussioni. Fairbairn contribuì anche con fiati e percussioni, mentre Tom Keenlyside suonò il sassofono.

Dietro quella formazione comparvero però altri musicisti. Hugh McDonald, destinato molti anni dopo a diventare ufficialmente il bassista dei Bon Jovi, suonò senza essere accreditato il basso in “Livin’ On A Prayer”. Joani Bye e Nancy Nash parteciparono ai cori dello stesso brano, anch’esse senza essere indicate nei crediti originali, mentre viene riportata anche la possibile presenza non accreditata di Mike Reno dei Loverboy. Il risultato di quei mesi di lavoro fu un disco che conservò il peso delle chitarre e l’immaginario hard rock dei Bon Jovi, ma li inserì in una produzione più nitida e in un sistema di melodie e ritornelli costruiti per raggiungere un pubblico molto più vasto.

La copertina di “Slippery When Wet”

Anche l’immagine dell’album nacque attraverso una serie di ripensamenti. Durante le registrazioni ai Little Mountain Sound Studios di Vancouver, il fotografo Mark "Weissguy" Weiss realizzò diversi scatti di prova quando il progetto portava ancora il titolo "Wanted Dead Or Alive". L’idea iniziale seguiva l’immaginario western del brano e prevedeva anche fotografie della band vestita da cowboy. Quel concept venne abbandonato insieme al titolo dell’album e una delle immagini sarebbe stata recuperata successivamente per il singolo “Wanted Dead Or Alive”.

La scelta di "Slippery When Wet" arrivò durante un soggiorno canadese. Secondo il racconto entrato nella storia della band, l’espressione venne in mente ai componenti del gruppo dopo una serata trascorsa al No.5 Orange, uno strip club di Vancouver. Raccontò Sambora in "Let It Rock: The Story of Bon Jovi's 'Slippery When Wet'": "Il primo giorno che entrammo lì, una donna scese dal soffitto aggrappata a un palo e cominciò a spogliarsi completamente. Quando entrò nella doccia e iniziò a insaponarsi, rimanemmo praticamente senza parole. Ce ne stavamo lì seduti a dirci: 'Verremo qui tutti i giorni'. Quella scena ci diede energia per tutto il progetto. Avevamo il testosterone alle stelle".

Una volta tornati nel New Jersey, il cambiamento impose ai Bon Jovi di ripensare completamente la copertina. Dal western si passò a un concept costruito attorno al nuovo titolo e a un’atmosfera da giornata estiva sulla spiaggia. "L’idea era quella di fare una foto sulla spiaggia e avere delle ragazze in posa con magliette ritagliate sulle quali comparisse il nuovo titolo dell’album", ricordò Weiss. La fotografia scelta inizialmente mostrava la modella Angela Chidnese con una maglietta gialla bagnata e il nome del disco sul davanti. L’immagine arrivò molto vicina alla pubblicazione e sopravvisse in diverse edizioni giapponesi, ma negli Stati Uniti suscitò le preoccupazioni della casa discografica, che temeva il rifiuto dell’album da parte delle grandi catene di negozi a causa della copertina considerata sessista, oltre al fatto che Jon Bon Jovi non apprezzasse la cornice rosa acceso attorno alla fotografia. Dovendo trovare una soluzione rapidamente, quella che diventò una delle immagini più riconoscibili nella discografia dei Bon Jovi nacque quasi senza preparazione. Weiss ricordò che Jon arrivò nel suo studio fotografico di New York chiedendogli un sacco di plastica e dell’acqua. "Jon venne nel mio studio a New York poco dopo aver saputo che dovevamo trovare una nuova copertina. Mi disse semplicemente: 'Sacco della spazzatura. Bottiglia spray'. Sistemai il sacco e lo bagnai con lo spruzzino, poi Jon scrisse le parole 'Slippery When Wet'. Disse solo: 'Ecco fatto, questa è la copertina'. Non aspettò nemmeno di vedere la Polaroid. Il giorno dopo consegnai la fotografia e il resto è storia".

Le grandi hit di “Slippery When Wet”

Il vero cuore di "Slippery When Wet", però, restano le sue canzoni. La sequenza originaria del primo lato del vinile raccontava già quasi interamente la portata del disco. “Let It Rock” lo apriva con l’organo di David Bryan e una costruzione grandiosa ancora legata all’hard rock degli anni Settanta, ma subito dopo arrivavano i due brani che avrebbero trasformato i Bon Jovi in una band da classifica pop senza togliere loro le chitarre.

You Give Love A Bad Name” nacque dal primo incontro tra Jon Bon Jovi, Richie Sambora e Desmond Child. Child aveva già utilizzato una parte dell’idea melodica in “If You Were A Woman (And I Was A Man)”, scritta per Bonnie Tyler, ma con i Bon Jovi il materiale prese una direzione diversa. A fare la differenza fu soprattutto un ritornello capace di presentarsi senza introduzioni.

"Jon cantò immediatamente 'shot through the heart and you’re to blame”' e poi noi tre, Child, Sambora e Bon Jovi, cantammo insieme 'you give love a bad name'. Fu un momento magico, e da lì nacque tutto il resto", ricordò Child in "Ultimate Albums".

Pubblicata il 23 luglio 1986, prima ancora dell’album, “You Give Love A Bad Name” diventò il primo singolo dei Bon Jovi a raggiungere il numero uno della Billboard Hot 100. Il suo successo indicò immediatamente che qualcosa era cambiato, e la band che fino a pochi mesi prima non riusciva a trovare una hit sul secondo album aveva ora una canzone capace di attraversare il confine tra hard rock, radio e MTV.

Se “You Give Love A Bad Name” aprì quella porta, “Livin’ On A Prayer” la spalancò. Jon Bon Jovi inizialmente non era convinto neppure di inserirla nel disco, perché la considerava troppo sentimentale e non abbastanza forte. Sambora e Child insistettero perché venisse almeno registrata nuovamente. In studio, Fairbairn e Bob Rock contribuirono a costruire la versione definitiva attorno al riff di basso, alla talk box di Sambora e a un crescendo pensato per arrivare a un ritornello collettivo.

Il testo trasformò una storia di difficoltà quotidiana nella vicenda di Tommy e Gina, una giovane coppia della classe lavoratrice che cercava di resistere alle difficoltà economiche affidandosi l’uno all’altra. Child attinse per una volta alla propria esperienza personale. Gina rimandava a Maria Vidal, sua compagna nei Desmond Child & Rouge, che durante il lavoro da cameriera usava il nome Gina Velvet, mentre dietro Tommy e la sua chitarra data in pegno c’era in parte lo stesso Child.

Pubblicata il 31 ottobre 1986, “Livin’ On A Prayer” raggiunse anch’essa il numero uno negli Stati Uniti e divenne molto più di una hit del momento. Negli anni si sarebbe trasformata nella canzone simbolo dei Bon Jovi, quella attorno alla quale si sarebbe costruito il rito collettivo dei loro concerti.

Il terzo singolo fu “Wanted Dead Or Alive”, pubblicato il 2 marzo 1987 e arrivato al numero 7 della Billboard Hot 100. Qui non c’era Desmond Child, e il brano era interamente di Bon Jovi e Sambora. Mostrando l’altra anima del disco, il brano si presentava meno dipendente dalla meccanica del grande ritornello pop e più legata alla costruzione della mitologia della band. La chitarra acustica a dodici corde, il crescendo elettrico e l’immagine del musicista come cowboy contemporaneo fecero del pezzo una sorta di autoritratto dei Bon Jovi nel momento stesso in cui la loro vita in tournée stava assumendo proporzioni sempre più grandi.

Il disco non viveva però soltanto dei tre singoli entrati nella Top 10. “Social Disease” portava il gruppo verso un rock più sporco e vicino ai Rolling Stones, mentre “Raise Your Hands” era costruita per il palco e per la partecipazione del pubblico. “Without Love” e “I’d Die For You”, ancora firmate con Child, mostravano apertamente quanto l’immaginario melodico del New Jersey e l’influenza di Bruce Springsteen facessero parte del vocabolario di Jon Bon Jovi. “Wild In The Streets”, scritta dal solo frontman, rendeva quel debito ancora più evidente.

Never Say Goodbye” rappresentava invece il lato sentimentale del gruppo e venne scelta come quarto singolo il 15 giugno 1987. Qualche tempo prima Jon aveva previsto un destino diverso per il ciclo promozionale del disco. "Tre singoli, sono sufficienti. Non ne pubblicheremo altri. Sapete, non ce ne saranno altri, niente. È finita qui", dichiarò il frontman nel 1987. I fatti lo smentirono rapidamente, dal momento che "Slippery When Wet" aveva ormai acquisito una forza commerciale tale da poter continuare a generare singoli mentre la band attraversava il mondo.

Nemmeno tutte le canzoni scritte durante quelle sessioni trovarono spazio nell’album. “Edge Of A Broken Heart”, composta dal trio Bon Jovi, Sambora e Child, venne esclusa dalla scaletta, una scelta della quale Jon si sarebbe successivamente detto dispiaciuto. Il brano finì nella colonna sonora di "Disorderlies" e riemerse nel tempo tra lati B, raccolte e pubblicazioni d’archivio. Anche “Borderline”, scritta da Jon con David Bryan, rimase fuori dal disco e venne pubblicata in Giappone.

Il successo e la leggenda, ancora dopo 40 anni

"Ero davvero stanco di essere limitato al ruolo di gruppo di apertura e di sentirmi dire: 'Questo non puoi farlo'", dichiarò Jon Bon Jovi in un'intervista dell'epoca per il canale televisivo "Music Box", di cui un estratto è disponibile su YouTube solo dallo scorso gennaio.

Prima di "Slippery When Wet", per Jon Bon Jovi il problema non era soltanto vendere più dischi. Era smettere di essere quello che saliva sul palco prima di qualcun altro. Durante gli anni trascorsi come gruppo di supporto, aveva sviluppato un atteggiamento quasi competitivo nei confronti degli headliner. Quando gli venne chiesto che cosa dicesse alle band chiamate ad aprire per i Bon Jovi, il frontmand rispose: "Gli dico: 'Venite a prendermi'. Mi costringe a lavorare ancora più duramente". Il cantante aggiunse: "Quello era il mio atteggiamento: non lasciarmi mai aprire un tuo concerto, perché ti farò male. E la gente ci odiava".

Come ricordato nell'intervista per "Music Box", prima dell’uscita del terzo disco della sua band, Jon aveva alzato ulteriormente la posta isse dichiarando che non avrebbe voluto realizzare un altro album se quello non fosse diventato per i Bon Jovi ciò che "Born To Run" era stato per Bruce Springsteen e "Pyromania" per i Def Leppard, due dischi che avevano portato i rispettivi artisti a un livello completamente diverso. Successivamente l'uscita di "Slippery When Wet" il frontman dei Bon Jovi poté tornare su quella dichiarazione con una risposta che sarebbe stata impensabile mesi prima. "'Slippery When Wet' ha venduto più di entrambi", disse Jon Bon Jovi. "Sono molto orgoglioso di essere riuscito a dire una cosa del genere e poi ad averla realmente sostenuta con i fatti. Sembra un film di 'Rocky', ma era proprio con quel tipo di atteggiamento che entrammo in studio. Il pensiero era: questo album non può uscire a meno che non sia un successo enorme. Non volevo essere sempre quel guest speciale da aggiungere in cartellone spendendo poco. Volevo il mio show, il nostro spettacolo, perché ero davvero stanco di essere limitato a gruppo di apertura e di sentirmi dire: 'Questo non puoi farlo'".

Il salto fu immediato quando, all'uscita, "Slippery When Wet" arrivò al numero uno della Billboard 200, dove rimase per otto settimane, e trascorse complessivamente 38 settimane nella Top 5. La rivista statunitense "Billboard" lo indicò come l’album più venduto del 1987 negli Stati Uniti. “You Give Love A Bad Name” e “Livin’ On A Prayer” conquistarono entrambe la vetta della Hot 100, mentre “Wanted Dead Or Alive” arrivò al numero 7. 

Il successo non rimase confinato agli Stati Uniti, e il disco raggiunse le posizioni più alte delle classifiche in numerosi Paesi, ottenne certificazioni multiplatino nel Regno Unito e in Australia e il Diamante in Canada, diventando il più grande successo discografico della carriera dei Bon Jovi e uno degli album rock più venduti della sua epoca. Negli Stati Uniti sarebbe arrivato a una certificazione multiplatino tale da collocarlo tra i dischi di maggior successo nella storia del mercato americano.

Anche le recensioni contribuirono a definire un fenomeno che divideva il pubblico rock proprio mentre conquistava quello generalista. Nel 1987 Robert Christgau, dalle pagine del settimanale statunitense "Village Voice", accolse il successo del disco con la consueta ironia, interrogandosi però su quanto fosse davvero possibile restare immuni al richiamo di “Livin’ On A Prayer”. Jimmy Guterman, sul magazine a stelle e strisce "Rolling Stone" nel 1990, fu molto più duro e accusò Jon Bon Jovi e compagni di ridurre l’emotività a cliché, arrivando a definire il gruppo una copia sbiadita dei Quiet Riot. Due letture opposte che raccontavano anche il paradosso centrale del disco. Quello che per alcuni era la commercializzazione definitiva dell’hard rock, per milioni di ascoltatori era esattamente il punto in cui quel linguaggio diventava accessibile senza rinunciare a chitarre, assoli e grandi ritornelli.

La trasformazione si vide soprattutto dal vivo. Nel luglio del 1986 i Bon Jovi partirono ancora una volta come gruppo di apertura, prima per i Judas Priest e poi per i .38 Special. Nel giro di pochi mesi, però, la gerarchia cambiò. Dall’agosto 1986 all’ottobre 1987 furono loro a guidare il cartellone in oltre 220 concerti tra Stati Uniti, Canada, Europa, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Nell’agosto del 1987 tornarono anche a Donington, ma questa volta come headliner del "Monsters Of Rock".

David Bryan riassunse quel cambiamento con una battuta diventata una fotografia precisa del momento:

"Quando abbiamo iniziato, la gente non sapeva se Bon Jovi fosse una pizza o un’automobile d’importazione. Ora siamo un nome che conoscono tutti".

Alla fine del ciclo di "Slippery When Wet" la band tornò quasi immediatamente in studio e nel 1988 pubblicò "New Jersey", proseguendo con un altro lunghissimo tour mondiale - che per la prima volta portò i Bon Jovi in concerto anche in Italia. Alla conclusione di quella corsa, nel 1990, i cinque erano fisicamente ed emotivamente esausti e si separarono senza neppure sapere con certezza se avrebbero registrato un altro album insieme. Il successo che i componenti del gruppo avevano cercato con tanta ostinazione era arrivato in proporzioni maggiori di quanto potessero prevedere.

Nel 2025, in vista del percorso che avrebbe portato al quarantesimo anniversario, il gruppo tornò ancora una volta sul disco con una nuova ristampa, resa disponibile anche in vinile picture disc in edizione limitata, doppio CD e digitale. La Deluxe Edition aggiunse una versione acustica di “Wanted Dead Or Alive”, quattro registrazioni dal vivo provenienti dallo storico "Slippery When Wet Tour" del 1987 e nuovi mix di “Livin’ On A Prayer”, nella versione "Thank You Goodnight Remix", e “Raise Your Hands”, nella versione "Extended Obie O’Brien Mix".

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