«PROGRESS - Take That» la recensione di Rockol

Take That - PROGRESS - la recensione

Recensione del 24 nov 2010 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

L'inizio è teatrale: una base lenta, la voce di Robbie che entra, inconfondibile. Poi arrivano gli altri quattro, poco a poco, e la canzone decolla, fino al ritornello, cantato a cinque voci. Non poteva che essere così: il disco della reunion definitiva dei Take That si apre con il palcoscenico per il figliol prodigo, Robbie Williams.Ma subito dopo iniziano le sorprese, perché su una canzone abbastanza tradizionale si intuiscono le novità elettroniche che si scopriranno in tutto il resto del disco.
Non è una reunion normale, questa, per molti motivi. Perché una reunion c'è già stata, ed è quella dei 4 - Mark, Jason, Howard e Gary - che hanno pubblicato già due dischi da soli, con enorme successo. Perché di solito le reunion si fanno più timidamente - qualche live, una raccolta o un album dal vivo, per vedere come butta. Qua invece si inizia con il botto, con un disco vero e proprio registrato in gran segreto, per dimostrare che tutto è superato. Perché in questi 15 anni c'è stato di tutto: una prima separazione traumatica all'apice del successo, Robbie che diventa una star mentre gli altri vanno in crisi, gli altri che tornano ad essere delle star mentre Robbie va in crisi.
Ok, ma visto che qua si ritorna subito con un disco, questo disco com'è? Strano. Molto elettronico, appunto: prodotto da Stuart Price, e si sente. Price è (stato) la mente sonora di Madonna, Kylie Minogue e Scissors Sisters, il più affermato rivitalizzatore della dance-pop classica. Così il disco è decisamente meno "adult-pop" rispetto ai primi due album della reunion senza Robbie e molto più movimentato. Se l'iniziale "The flood" è ancora abbastanza tradizionale, basta sentire il secondo pezzo "SOS" per capire dove si va a parare. Il tutto funziona, ma solo a tratti. Intendiamoci: le canzoni ci sono. Ma il suono e l'arrangiamento non sempre convincono, perché spesso vanno a scapito delle canzoni stesse: "Kidz", con quell'incedere incalzante e quei coretti quasi in loop lascia un po' interdetti, così come i beats di "Wait", peraltro una buonissma melodia. Certo, la presenza di Robbie fornisce un altro spessore vocale alla band, perché la sua voce è quella che alla fine si nota di più. Però, insomma.
Vale la frase centrale del disco, quella che dà il titolo al documentario in DVD che racconta la reunion: "Look back, don't stare". Ovvero: guardati indietro, ma non stare a fissare. Da questo punto di vista, il pregio migliore di "Progress" è che un disco che non indugia troppo sul passato.

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