«ROCK 'N' ROLL - John Lennon» la recensione di Rockol

John Lennon - ROCK 'N' ROLL - la recensione

Recensione del 09 ott 2010 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

“Rock ‘n’ Roll”, una selezione dei migliori successi ‘fifties’ secondo John Lennon, è l’album con cui l’artista salutò il music business e i suoi fans per cinque anni, prima di ricomparire fugacemente nel 1980, tre settimane mesi prima di essere assassinato, con “Double fantasy”. Il disco, che mostra l’ex Beatle in totale controllo dello spirito, del suono, delle radici e dell’essenza della musica che lo avrebbe condotto a formare il più grande gruppo della storia del pop, ha alle spalle una sequela di vicende ormai leggendarie. Di fatto la sua storia, da sola, ne obnubila sia il contenuto che la qualità. Sì, perché “Rock ‘n’ Roll” fu concepito involontariamente quasi sei anni prima di vedere la luce e prese forma… in tribunale.
Quando Lennon decise che il testo della sua “Come together”, pubblicata sull’album dei Beatles “Abbey Road”, sarebbe stato: "Here come old flat-top", per Morris Levy fu veramente troppo: intentò causa a lui, alla Apple (l’etichetta dei Beatles) ed alla Capitol-EMI, casa discografica dell’artista e del suo vecchio gruppo. La misura era, infatti, colma: “Come together”, che assomigliava in maniera smaccata a “You can’t catch me” di Chuck Berry (sulla quale era stata dichiaratamente modellata) ne utilizzava addirittura un verso originale, senza per questo riconoscere crediti all’originale. Levy, editore del catalogo di Berry, visualizzò immediatamente una montagna di denaro. L’udienza era già fissata a New York per il dicembre del 1973, nel bel mezzo di quello che anni dopo Lennon avrebbe definito il suo ‘lost weekend’, gli anni che aveva scelto di vivere a Los Angeles separato da Yoko Ono insieme alla sua assistente May Pang. Stava sguazzando tra Hollywood, alcol e droga e si accompagnava ad un manipolo di degni compari, tra cui Keith Moon e Harry Nilsson. Insomma, tornare nel territorio di Yoko era fuori discussione, così Lennon convinse Levy a rinunciare alla causa: in cambio avrebbe pubblicato un album di cover degli anni Cinquanta, utilizzandone almeno tre dal suo catalogo e compensandolo così, grazie alle vendite, in termini di diritti d’autore.
Lennon si mise al lavoro sulla raccolta che si sarebbe intitolata “Oldies but mouldies” (parodia dell’abusato “Oldies but goldies”, con ‘mouldies’ che sta per muffi) e pensò bene di erigere subito intorno al progetto un degno ‘wall of sound’, assoldando Phil Spector , geniale produttore con il problema di essere totalmente fuori controllo. Il quale, prevedibilmente, durante la lavorazione del disco ne combinò svariate - tra l’altro sparò sul soffitto dello studio un giorno in cui era comparso vestito da chirurgo, danneggiando l’udito di Lennon per qualche tempo. Peggio ancora: si diede alla fuga con i master della registrazione. Scomparve per mesi, poi telefonò a Lennon facendogli capire che i nastri erano in mano sua, ma il 31 marzo 1974 si schiantò in auto ed entrò in coma.
Maggio 1974: John si è riappacificato con Yoko, ha appena pubblicato “Walls and bridges”, è in attesa del secondogenito Sean e decide di interrompere la sua carriera per dedicarsi alla famiglia. Morris Levy, ignaro delle peripezie in essere intorno al tribute album, pensa di essere stato raggirato (e Lennon, come già ai tempi di “Come together”, aveva gettato benzina sul fuoco della beffa: in “Walls and bridges” un sample di “Ya ya”, altro brano del catalogo di Levy in cui il figlio Julian suona la batteria, ironizza sulla situazione). Morris Levy è pronto a rifare causa, Lennon gli spiega che l’album di tributi era effettivamente pronto e gliene racconta la strampalata genesi, Levy si calma e quando Al Coury (presidente della Capitol) riesce a mettere mano ai master sganciando 90.000 dollari a Spector, Morris mette a disposizione di John e dei suoi musicisti la sua fattoria nello stato di New York per terminare le registrazioni. Anzi, fa qualcosa di più: ricevuta dall’artista una copia ‘rough’ dell’album, e constatato che EMI-Capitol e Apple Corps. non sono disposte ad accettare la sua proposta di venderlo direttamente con la sua etichetta (la Adam VIII, con cui Levy vendeva dischi per posta), lo fa ugualmente: pubblica un album rabberciato, con il materiale incompleto e non mixato definitivamente, dal titolo “ROOTS: John Lennon Sings The Great Rock & Roll Hits”. Intenta comunque causa anche alle case discografiche e all’artista per rottura di contratto, chiedendo un risarcimento di 42 milioni di dollari. La perderà, e sarà costretto a risarcire le parti per danno di immagine e perdita di copie vendute dell’originale.
Il quale originale, completato da Lennon e svuotato dei pezzi superflui, esce nel febbraio 1975 con una splendida copertina che ritrae l’artista da giovane in perfetta tenuta da Teddy Boy. L’album, come la scritta al neon che campeggia sul muro in mattoni intorno all’uscio al quale John è appoggiato, si intitola semplicemente “Rock ‘n’ Roll”. La foto è opera di Jurgen Vollmer, vecchio amico dei tempi di Amburgo intercettato da May Pang nel settembre dell’anno prima alla prima Beatlefest: Lennon, imbeccato dall’assistente, si incontra con Vollmer e acquista qualche suo scatto, tra cui quello, in cui tre figure sfuocate camminano in strada davanti a Lennon: sono George, Paul e Stuart Sutcliffe.
“Rock ‘n’ Roll” esce un anno dopo “American graffiti” e con “Happy days” alla sua prima stagione televisiva, ma con colpevole ritardo commerciale per sfruttare al meglio l’ondata nostalgica sugli anni ’50 che, sull’ispirazione di Lennon, aveva attratto Emi-Capitol e Morris Levy. Le vendite del disco ne risentono ed è un peccato, perché l’album è – oltre che degno di “Spinal tap” per la sua storia – pieno di chicche e musicisti all’altezza, tra cui Steve Cropper e Josè Feliciano alla chitarra, Klaus Voormann al basso, Jim Keltner alla batteria, Leon Russell alle tastiere, Bobby Keys ai fiati. La selezione finale prevede 13 pezzi (ai quali, in una riedizione del 2004 se ne sarebbero aggiunti quattro) divisi su due facciate e inaugurata da “Be-bop-a-lula”, per Lennon un brano ad altissimo valore simbolico: oltre che essere quello che suonava quando conobbe Paul McCartney, è anche quello che eseguì davanti alla madre Julia l’unica volta che andò a vederlo dal vivo. Su “Stand by me” cade la scelta del primo singolo, e non può mancare la fatidica “You can’t catch me” (il tributo al catalogo di Morris Levy , come da accordi, si estende anche a “Sweet little sixteen”, anch’essa di Chuck Berry, e all’altra pietra dello scandalo, “Ya ya” di Lee Dorsey). Le perle dell’album sono tuttavia “Ain’t that a shame?” di Fats Domino , il medley “Rip it up/ Ready Teddy” (omaggio a Little Richard ) e “Do you wanna dance” di Bobby Freeman. Lennon, infine, chiude con saluti veri e propri sul finire delle note dell’ultimo brano “Just because”, nel quale lo si ascolta pronunciare quelle che, con il senno di poi, sembrano essere le sue parole di commiato alla musica prima di dedicarsi per un lustro alla famiglia.
A posteriori “Rock ‘n’ Roll” si colloca come un episodio curioso, una simpatica deviazione, rispetto alla carriera di uno dei maggiori personaggi ed artisti della storia musicale del secolo scorso. Ma è un episodio impedibile, nel quale nonostante tutto si sente la mano felice di Spector e che consegna una testimonianza della padronanza assoluta dei Fifties da parte di Lennon, la cui ispirazione, il cui retroterra e le cui radici originali si rifanno essenzialmente a quel primo quinquennio del rock dal cui sconfinato catalogo i Beatles avrebbero attinto a piene mani, sia suonando cover, sia tenendolo in sottofondo per numerosi dei loro successi.
D’altra parte, in una delle sue celebri citazioni, John Lennon affermò: “Se dovessi dare un altro nome al rock ‘n’ roll, lo chiamerei Chuck Berry”.
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