«DOUBLE FANTASY - John Lennon & Yoko Ono» la recensione di Rockol

John Lennon & Yoko Ono - DOUBLE FANTASY - la recensione

Recensione del 09 ott 2010 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Il 17 novembre 1980 John Lennon conclude il suo sabbatico quinquennale dalla musica. Si è dedicato ad allevare il piccolo Sean, ha imparato ad andare a vela e solo da poche settimane è tornato a comporre. Proprio come otto anni prima con “Sometime in New York City”, torna sulla scena con un album realizzato insieme a Yoko Ono : esce “Double fantasy” e solo tre settimane dopo John sarà assassinato da Mark Chapman con quattro colpi di arma da fuoco nell’atrio del Dakota Building di New York.
Quando Lennon aveva deciso di prendersi una lunga pausa, l’era hippy volgeva al tramonto ed il punk stava per assalire la diligenza dell’aristocrazia del rock – ma l’ex Beatle, assente, sarebbe stato tra i pochi a sfuggire all’assalto. In piena new wave, peraltro, le sortite avanguardistiche e sperimentali di Yoko, un tempo indigeribili, avevano finito per restituirle credito artistico. Le circostanze, insomma, congiuravano a favore e il ritorno a due della coppia stava, per certi versi, nelle cose.
“Double fantasy” (sottotitolato “A heart play”, come a rimarcare la sintonia amorosa di John e Yoko) vive sul dialogo tra i due artisti, con una scaletta che alterna un brano ciascuno dei sette che ognuno dei due ha registrato. D’altra parte non c’è altro modo per dare senso al connubio: dividere i due lati dell’LP in senso monografico avrebbe fatto consumare agli ascoltatori il lato A, lasciando intonso il lato B. Ma quel connubio, come ormai accade da tempo, resta al centro di dibattiti accesi tra fans e critici separati in due correnti. Ai pochi che difendono il coraggio dell’impostazione dell’opera e sono disposti a concedere merito e un’opportunità a Ono, si oppongono i più, per i quali è un peccato che Lennon non sia tornato invece con un’opera solista, soprattutto per la grande qualità di almeno quattro dei suoi pezzi: “(Just like) Starting over”, “Watching the wheels”, “Woman” e “I’m losing you”.
L’album esce per la Geffen Records, un evento che resterà isolato ma che la morte di Lennon renderà poi memorabile per la quasi neonata casa discografica dell’omonimo fondatore, che godrà di vendite milionarie e di un lancio che contribuirà e confermarlo uno dei tycoon dell’industria (David Geffen aveva a suo tempo fondato la Asylum Records, poi rivenduta a una cifra esorbitante). A produrlo ed arrangiarlo viene chiamato da Yoko – che in quella fase sovrintende a qualsiasi dettaglio privato e professionale della vita del marito - Jack Douglas, veterano dell’industria e fresco di successi con Aerosmith prima e Cheap Trick poi, nonché antico sodale di Lennon (era stato anche l’ingegnere del suono su “Imagine”). Il disco viene inciso a partire da luglio all’Hit Factory. Lennon trabocca di nuovi pezzi molti dei quali, per sovrabbondanza, finiranno sul postumo “Milk and honey”. John celebra la vita, è ottimista, felice e positivo, è per la prima volta ripulito dalle angosce, dalle paranoie e dalle droghe - e dal peso della celebrità. E’ centrato sul progetto. Celebra la vita e decide di farlo con un concept album che porta il nome di una fresia che ha ammirato alle Bermuda, da dove è tornato dopo una veleggiata da 700 miglia. Il concetto risiede soprattutto nella struttura: il dialogo, in cui ogni brano di uno è circondato da due brani dell’altra, in una sorta di continua chiamata e risposta. L’artista dedica “Beautiful boy” a Sean e “Dear Yoko” alla moglie. Riallaccia i fili con la tradizione sonora che gli è consona e con “Starting over”, che arriva ultima nella scaletta definitiva ma sarà poi il singolo che precederà l’uscita dell’album, richiama la ‘sua’ musica: Roy Orbison per lo stile canoro e Phil Spector per il suono sono figure quasi palpabili nel brano. La semplicità della struttura dei nuovi pezzi per i quali Lennon opta non prevale sulla qualità sia delle composizioni, sia delle esecuzioni; gli arrangiamenti sono basilari perché le canzoni funzionano bene, e sono canzoni di un autodidatta artigiano che è tornato a fare ciò che ama come se non avesse mai smesso. In loro è intrinseca la tradizione e pesa la professionalità di un manipolo di session men ingaggiati da Douglas con due input precisi di John: che fossero suoi coetanei e capissero al volo le sue idee musicali (a George Small, temporaneamente smarrito, disse semplicemente: “Tranquillo, suona come Ringo”) e che fossero riservati per tenere il progetto segreto fino alla sua realizzazione (tenendo così lontani i suoi cari ma in quel momento impopolari compagni di sbronze di un lustro prima).
In tutto ciò, Yoko replica al meglio delle sue capacità, che sono tuttavia altre. Stilisticamente oppone allo stile del suo uomo, che E’ la storia del pop e del rock, i suoni del nuovo decennio. “Kiss kiss kiss” e “Every man has a woman who loves him”, la prima infettata dalla disco di quei giorni, la seconda con un beat trascinante, sono i suoi migliori momenti. Invadente, intransigente, decisionista, Yoko è peraltro colei che sceglierà di togliere dalla prima edizione dell’album la versione di “I’m losing you” con Ben U. Carlos e Rick Nielsen dei Cheap Trick. Un errore.
“Double fantasy” fu un evento discografico a prescindere, perché segnava il rientro in azione di uno degli eroi assoluti del rock dopo mezzo decennio, allora quasi un’era geologica. Naturalmente, la sua sorte fu ineluttabilmente segnata dalla tragedia che seguì, ed è impossibile dire che posto avrebbe oggi nella discografia di John Lennon se non si fosse trattato della sua ultima espressione artistica. Ma tant’è. Da perfezionisti, vorremmo che fosse uscito accogliendo al suo interno solo un paio di pezzi della signora e alcuni dei migliori che sarebbero invece usciti post mortem.

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