«YOU ARE NOT ALONE - Mavis Staples» la recensione di Rockol

Mavis Staples - YOU ARE NOT ALONE - la recensione

Recensione del 16 set 2010 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

In un ristorante del South Side della Chicago di Barack Obama, sulla cui playlist Jay-Z, canta a fianco di Bruce Springsteen, quel giorno sul menù servivano sia gospel che ‘indie’ e due illustri concittadini colsero l’occasione per gettare le basi di un grandissimo album, “You’re not alone”. Pochi mesi dopo avremmo avuto tredici brani in cui i trent’anni che separano Mavis Staples da Jeff Tweedy si sono dissolti in un flusso di Gospel fuso in salsa ‘Americana’.
Viene spontaneo immaginare che Tweedy, come prima di lui Bob Dylan, Prince e Ry Cooder, abbia visto in Mavis Staples l’occasione per stare a contatto con la storia, con la tradizione, con le radici. E il frontman dei Wilco, selezionando per lei una manciata delle migliori ‘message songs’ che valsero alle Staple Singers l’appellativo di “migliori autori di successi per conto di Dio”, non ha voluto riscriverla, quella storia, ma liberarla un’altra volta nel 2010, risalendo il corso del fiume che, contaminando gli spiritual con l’R‘n’B, ha irrorato l’America. Lo ha fatto con grazia e sobrietà, più in veste di abilitatore che di kingmaker, sporcando il gospel con pezzi laici e trovando l’amalgama perfetta.
Mavis, dopo la morte del geniale padre Roebuck "Pops" Staples nel 2000, è l’erede di quella famiglia che, indirizzando la musica sacra verso il soul, fece grande la Stax Records e prestò una voce credibile alla lotta per i diritti civili. Oggi, in uno dei cicli storici che periodicamente fanno la cronaca di rock e dintorni, è passata da un malinconico dimenticatoio allo stato di artista di culto, soprattutto dopo che tre anni fa aveva pubblicato "We'll never turn back" prodotto da Ry Cooder. Stavolta, anziché recuperare il repertorio che l’artista conosce a memoria (le canzoni di libertà che divennero inni ai tempi delle marce per i diritti civili), Tweedy sembra invece avere orientato la sua scelta sullo stile interpretativo di Mavis, proponendole sia brani dal catalogo delle Maple Singers, sia classici del genere sacro, sia cover, sia un paio di suoi originali. Dopo avere conosciuto la cantante all’ Hideout di Chicago (dove era stato registrato l’ultimo live di Mavis Staples, “Live: Hope at the Hideout”, 2008 ) e essersi proposto come produttore del suo tredicesimo album solista (il suo secondo consecutivo per la Anti), l’ha condotta nel suo studio in città, il Loft, dove ha assemblato per lei un ambiente confortevole e familiare e ne ha arricchito la band (Rick Holmstrom, chitarra e voce; Jeff Turmes, basso e voce; Stephen Hodges, batteria; Donny Gerrard, background vocals) con sé stesso (chitarra, basso, voce), Patrick Sansone dei Wilco e Mark Greenberg (tastiere), oltre che Neko Case, Kelly Hogan, Nora O’Connor e Richard Parenti (cori).
Il centro della scena è inevitabilmente la voce profonda di Mavis, che prende subito dalla prima canzone "You don't knock" (che insieme a “Downward road” e “Too close to Heaven” è memoria dei tempi di Pops), facendosi potente e suadente a seconda delle occasioni. Ma è bello sottolineare che, in quella che alcuni potrebbero scambiare per una operazione di recupero, è invece un nuovo brano il migliore episodio dell’album, la title track. "You are not alone", firmata da Tweedy, è un piccolo capolavoro che, consegnando un messaggio di fede universale, riesce a coniugare un gusto musicale che i fans dei Wilco colgono al primo ascolto con il mood e la storia tipici del personaggio che la canta. Spontanea, nuova e già classica, grandissima canzone. Tra i ‘tradizionali’ scelti dal produttore, spiccano due perle dei Golden Gate Jubilee Singers: ‘Creep along Moses’ e ‘Wonderful savior’ (questa cantata da Mavis fuori dalla porta dello studio, al freddo, per conferirle un timbro più evocativo: buona la prima, per la cronaca…). "Only the Lord knows" suona come un ‘traditional’, ma è l’altro pezzo firmato da Tweedy, mentre il suo arrangiamento di "In Christ there is no East and West" è geniale, con quel tocco leggero e quasi pop a sostenere un testo religioso e potente. Da non trascurare, infine, la presenza di "Wrote a song for everyone" di John Fogerty, e di “Losing you” di Randy Newman, che Mavis Staples fa proprie senza battere ciglio.
“You’re not alone” è un album di rilievo assoluto, perché trasuda qualità eccelsa, ma è anche una dimostrazione di classe assoluta da parte di Staples e Tweedy: nella loro alchimia perfetta hanno intrecciato disinvolti decenni, generi, stili, generazioni e razze, facendo un falò scoppiettante delle etichette.

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