«BRIAN WILSON REIMAGINES GERSHWIN - Brian Wilson» la recensione di Rockol

Brian Wilson - BRIAN WILSON REIMAGINES GERSHWIN - la recensione

Recensione del 14 set 2010

La recensione

Racconta, Brian Wilson, che fu sua madre a fargli ascoltare per la prima volta “Rhapsody in blue” quando aveva appena due anni (e noi che, a quell’età, non eravamo pronti neanche per lo Zecchino d’oro…). Rimase folgorato da tanta bellezza, se ne innamorò e vide materializzarsi davanti agli occhi il colore del titolo, un blu intenso come il cielo di California. Bella storia, chissà se vera o inventata per l’occasione: fatto sta che ora un frammento della “più grande composizione mai scritta” (parole di Wilson) marca l’inizio e la fine del suo nuovo disco, un omaggio alla musica di George Gershwin commissionatogli dagli eredi del musicista, dalla società di edizioni Warner Chappell e dalla casa discografica Walt Disney Records. Wilson, si sono detti, è stato il Gershwin della seconda metà del Novecento (magari giocandosela con il rivale Paul McCartney ai tempi dei Beatles), e allora chi meglio di lui? L’assunto non è campato per aria: entrambi, George e Brian (che non ha mai avuto un Ira, un fratello maggiore, ad accudirlo e scrivergli testi così spigliati e spiritosi), sono stati due maestri dell’affresco musicale, della rapsodia all’americana, abilissimi nell’usare la tradizione per modernizzare, la melodia e l’armonia per incantare ed emozionare. Ma il Wilson di oggi, benché miracolosamente rigenerato dopo anni di cure psichiatriche, supposta seminfermità mentale e vuoto ispirativo, non ha più l’energia e la freschezza per caricarsi sulle spalle il peso di consegnare alle stampe un nuovo capolavoro. Detto questo, a leggere certe critiche un po’ impietose c’era da pensare che “Brian Wilson reimagines Gershwin” fosse molto peggio di quel che è. Invece è un disco sontuoso, iperprofessionale, colorato, di classe e (quasi sempre) decisamente piacevole all’ascolto, grazie anche a un ottimo e affiatato team di collaboratori capitanato dal direttore musicale Paul Mertens. Del Gershwin originale, e dei suoi migliori interpreti del passato, mancano semmai la leggerezza, il dinamismo, la sfrontatezza, e chissà se c’entrano anche le origini geografiche dei due, l’uno iperattivo newyorkese (di discendenza ebreo-russa), l’altro un californiano atipico e meditabondo abituato a una vita da recluso in casa o in studio di registrazione. La famiglia Gershwin gli ha consegnato le chiavi di una biblioteca di materiali nascosti e incompleti, e da questi Brian e il suo paroliere di fiducia (il chitarrista Scott Bennett) hanno generato due brani inediti, “The like in I love you” e “Nothing but love”, che rappresentano i maggiori elementi di curiosità del progetto. Nessuno dei due, bisogna dirlo, raggiunge le vette inarrivabili dei masterpiece che tutti conosciamo, e anzi se ne tengono a rispettosa distanza: il primo, morbido e sentimentale, procura comunque qualche brivido proprio grazie alla voce e agli arrangiamenti di Wilson, intrisi di quello spleen che Brian coltivava già quando, ancora giovanissimo, intagliava gioielli di struggimento adolescenziale come “In my room” e “Caroline no”. La seconda, con un ritmo uptempo, una chitarra elettrica e quegli ottoni luccicanti che sono un marchio di fabbrica dell’ex ragazzo da spiaggia, esplora invece il lato più infantile e solare della personalità di Brian, un genio naif che il suo fanciullino pascoliano non ha mai smesso di coltivarlo. Su quelle misure si muove anche l’interludio strumentale di “I got plenty o’ nuttin’ ”, un carillon musicale di sapore western che ricorda certi momenti di “Smile”, la tela di Pelenope wilsoniana rimasta incompiuta per trent’anni prima di riemergere dall’oblio, completata riveduta e corretta, soltanto nel 2004. Il resto, come si dice, è storia, con un Wilson sempre un po’ indeciso tra la rispettosa calligrafia e la riscrittura personale. La sua firma è più o meno intelligibile in “Love is here to stay” (felpata e molto lounge, spazzole, vibrafono e persino un accenno di theremin sul finale), in “They can’t take that away from me”, saltellante boogie in puro stile Beach Boys, in una “Someone to watch over me” anch’essa “smile-izzata”, in una “I’ve got a crush on you” terzinata e doo wop che più che i ’20 e i ‘ 30 ricorda i ’50 di American graffiti” e in una “I got rhythm” dove New York è più Brill Building che Tin Pan Alley, con tutti quei campanelli, bassi profondi ed effetti eco sulle percussioni a ricordare il Wall of Sound di Phil Spector. Anche “I loves you, Porgy” è newyorkese fino al midollo, non troppo diversa da come l’avrebbe potuta fare la prima Laura Nyro, una melodia splendida e struggente che Wilson canta benissimo. E “It ain’t necessarily so”, colorata e deluxe come il resto del disco, è anch’essa molto piacevole, lenta sinuosa e fumosa, con una bella atmosfera da jazz club. La bossa nova easy listening di “’S wonderful”, al contrario, sembra una pallida imitazione di Sergio MendesSergio Mendes (effetto filodiffusione o “tappezzeria” musicale, per intenderci), e “Summertime”, nonostante la buona ambientazione tra musical e spy story, deve confrontarsi con tante e tali classiche reinterpretazioni che diventa difficile includerla tra le più memorabili. Le brevissime “intro” e “reprise” di “Rhapsody in blue” (aperta da una orchestra di voci inconfondibilmente wilsoniana) sono il miglior esempio degli impacci che hanno imbrigliato Brian, probabilmente timoroso di imbrattare un’opera d’arte che idolatra. E’ proprio quello il problema: l’amore e la riverenza per la materia che si ritrova a maneggiare non gli permettono di portare molto in là lo sforzo di immaginazione. E di svegliare il fanciullino addormentato nella sua stanza dei giochi.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Rhapsody in blue/Intro
08. They can’t get that away from me
14. Rhapsody in blue/Reprise
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