«TEENAGE DREAM - Katy Perry» la recensione di Rockol

Katy Perry - TEENAGE DREAM - la recensione

Recensione del 26 ago 2010 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Benvenuti alla California del 2010. Che non è più quella dei Beach Boys negli anni ’60, o quella degli Eagles dei seventies. No, la regina della costa ovest oggi è Katy Perry. Voleva scrivere un inno allo stato del sole, e c’è riuscita con "California gurls", dichiarata risposta a “Empire state of mind” di Jay-Z. Voleva differenziarsi da tutte le predendenti al titolo di “nuova-Madonna”. A modo suo, Katy Perry ha centrato tutti questi obbiettivi, con il secondo album “Teenage dream”. “California Gurls” – con quella “u” al posto della i, omaggio ai Big Star di “September gurls” – è diventato un tormentone, nonostante qualche somiglianza di troppo proprio ai Beach Boys. E, soprattutto, ha precisato la sua immagine: solare, appunto. Giocosa e sexy, zuccherosa come il marshmallow di cui sa la copertina del CD, con espliciti riferimenti alla pop-art, all’America degli anni ’50. Per intenderci, Lady Gaga fa la blasfemo/aggressiva e indossa un reggiseno con i mitra, mentre Katy Perry uno con i tubetti della panna montata.
Il disco, visivamente, musicalmente e liricamente, attualizza un classico: quello della “girl gone wild”, della ragazza che si dà alla pazza gioia. Musicalmente è pop solare, ben prodotto, ipermelodico, perfetto da canticchiare e per non pensare troppo – che è poi la funzione ideale del miglior pop. Non che sia così giocosa, sempre, però: le provocazioni ci sono eccome, le staffilate contro gli ex e tutto il campionario del genere. Insomma, Katy Perry ci sa fare.
Ogni tanto, però e come fanno le sue colleghe, un po’ esagera. In diversi passaggi la sua vocalità va un po’ troppo sopra le righe, rischiando di essere troppo sguaiata – sentite per esempio “Firework”... Esattamente come il divertissement visivo rischia di passare in qualche momento dall’autoironia e dal kitsch voluto al trash puro. Le canzoni ci sono, eccome. Quando poi sono arrangiate bene, fanno davvero il botto, come nella title-track o in “California gurls”, in “Last Friday night”, e in generale in quelle canzoni che infilano nell’impasto una chitarra che stempera il tutto. Alla lunga, però, gli arrangiamenti sono fin troppo puliti e un po’ plasticosi – come in “Peacock” - dettaglio che ha attirato qualche critica non troppo positiva in America.
Ma sono i soliti giornalisti invidiosi: perché l’obiettivo principale questo disco l’ha raggiunto prima ancora di uscire: Katy Perry doveva dimostrare di non essere una “one-hit wonder”, destinata ad essere ricordata solo per “I kissed a girl”, ma di sapere andare oltre. Impresa non facile con una canzone di successo e – a suo modo – ingombrante come quella. Impresa riuscita: “Teenage dream” lascia intendere che di Katy Perry si parlerà ancora a lungo.

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