«MEDICINE SHOW (REISSUE) - Dream Syndicate» la recensione di Rockol

Dream Syndicate - MEDICINE SHOW (REISSUE) - la recensione

Recensione del 24 ago 2010 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Oggi Steve Wynn è un rocker di mezza età con la testa di un ragazzino. Uno impegnato a fare dischi nuovi, a inventarsi gruppi geniali come i Baseball Project, a fare concerti in giro per il mondo e a gestire la propria comunità on line di fan come molti coetanei non sanno fare.
Tra le diecimila attività di Wynn c’è la conservazione della memoria della band che lo lanciò negli anni ’80, i Dream Syndicate, che passa ovviamente attraverso materiali inediti e ristampe come questa. Chi ascoltava rock in quel periodo non ha mai dimenticato questo gruppo: emerse assieme ai R.E.M. e soprattutto assieme ad altre band neo-psichedeliche che andavano sotto l’etichetta di “Paisley underground”. Ma Steve Wynn era diverso: scriveva – scrive, ancora adesso – grandi canzoni, e al tempo le immergeva in un suono chitarristico denso e grandioso. “Medicine show” fu il secondo album della band: venne pubblicato nel 1984, dopo l’esordio fulminante di “The days of wine and roses”, che ottenne riscontri di critica e di vendite – nel suo piccolo, ovviamente – davvero notevoli. Per inciderlo la band si prese molto più tempo, e lavorò con un produttore affermato, Sandy Pearlman (già al lavoro con i Blue Oyster Cult). I risultati furono due: un suono più elaborato, meno diretto – in cui si notano alcuni stilemi del rock anni ’80, nel modo in cui viene fatta suonare la batteria o nel mix delle voci; e poi la rottura con Karl Precoda, chitarrista che aveva contribuito molto nel definire la prima identità del gruppo.
La personalità di Wynn era così forte che i Dream Syndicate andarono avanti comunque per diversi anni. E se è così forte è per le canzoni, appunto, che finalmente si possono riascoltare nella loro forma originale: Wynn le suona spesso dal vivo, ma questo album manca in CD dalla prima stampa nel 1989. Questa ristampa aggiunge non molto, ma neanche poco: un mini-LP dalla tournée successiva al disco (con una spettacolare versione di “Tell me when it’s over”), e corpose note di copertina, tra cui quelle di Anthony DeCurtis, firma di Rolling Stone e decano della critica americana.
Per il resto, questa ristampa vale la pena, con qualche precauzione; il suono è un po’ invecchiato, le canzoni no: “Burn” è una fucilata, e la title track e soprattutto “John Coltrane Stereo Blues” mostrano il lato psichedelico del gruppo. Quest’ultima, in particolare, sarebbe diventata una delle punte di forza dei concerti del gruppo.
In definitiva, ”Medicine show” forse non è il disco migliore del gruppo, né il miglior punto di partenza, ma è sempre un’ottima occasione per riscoprire una band che, a suo modo, rimane tra i gruppi più importanti del rock americano degli anni ’80.

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