«AMCHITKA - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - AMCHITKA - la recensione

Recensione del 13 gen 2010

La recensione

E’ una bella storia, e vale la pena di raccontarla. Amchitka è un’isola vulcanica nel Sud Est dell’Alaska, una riserva naturale popolata da lontre marine che nei primi anni Settanta la Commissione per l’Energia Atomica degli Stati Uniti individua come luogo adatto per sperimentare il suo arsenale nucleare. Nel tentativo di bloccare lo scellerato progetto, un gruppo di eco-guerrieri canadesi capitanati da Irving Stowe decide di noleggiare un peschereccio per avventurarsi in mare aperto in direzione dell’arcipelago delle Aleutine. Ci vogliono diciottomila dollari e l’unico modo per procurarseli in fretta, cogita l’intraprendente quacchero di Vancouver, è di organizzare un concerto rock. Gli danno tutti del matto, ma nel 1970 l’ottimismo della volontà ha ancora la meglio sul pessimismo della ragione: il nostro eroe contatta Joan Baez, la regina del folk ha già un impegno improrogabile ma offre un sostanzioso assegno alla causa e fornisce il contatto con il management di Joni Mitchell. La bionda canadese accetta l’invito, e suggerisce di estenderlo al suo amico James Taylor (“Pensavamo fosse un cantante nero di rhythm&blues” confessa oggi divertita la figlia di Stowe, Barbara. “Ci eravamo confusi con James Brown”). Aderiscono anche il cantautore “di protesta” Phil Ochs e le glorie locali Chilliwack e il gioco è fatto, il cartellone è di quelli da tutto esaurito: così il 16 ottobre del 1970, dalle otto di sera all’una del mattino, va in scena al Pacific Coliseum di Vancouver il primo benefit di Greenpeace (lo slogan della “pace verde” viene suggerito a Stowe da un altro attivista del giro, Bill Darnell). Quella sera sotto il palco è fortunatamente in funzione un registratore a bobine, ma fino ad oggi quei nastri erano circolati in forma rigorosamente privata, a uso e consumo di organizzatori e amici fidati. Decidendosi dopo tanti anni a pubblicarli, Greenpeace ha fatto un bellissimo regalo agli amanti della canzone d’autore americana (e il restauro sonoro ha prodotto risultati encomiabili, a dispetto di qualche fruscio, di qualche trascurabile defaillance e dei rimbombi cavernosi dell’arena in cemento armato): “Amchitka” è un documento storico, una preziosa capsula spaziotemporale che riporta a un momento epocale, elettrico, vitale della storia della musica e della società americana. Lo spesso e accurato libretto che accompagna il doppio cd descrive bene l’atmosfera febbricitante del momento: negli occhi e nelle orecchie sono ancora vivi Woodstock e Altamont, lo sbarco sulla Luna e l’escalation infinita del Vietnam. Il concerto stesso rischia di saltare all’ultimo minuto, per lo stato di polizia che il primo ministro Pierre Trudeau ha appena imposto al Paese in risposta alle azioni terroristiche del FLQ, il Fronte per la Liberazione del Québec. Ochs, il tormentato militante del Greenwich Village, non si fa sfuggire l’occasione di un commento sardonico e la sua rabbiosa tensione è palpabile, mentre recita il suo rosario di odi rivoluzionarie (“Joe Hill”, a richiesta del pubblico), pamphlet antimilitaristi (“I ain’t marching anymore”), poesie in musica (“The bells”, dal testo di di Edgar Allan Poe) e “cantacronache” dei tempi che stanno cambiando (“”Rhythms of revolution”, “Changes”). Col senno di poi, è facile percepire nella sua voce e nelle sue parole un’eroica fragilità, un donchisciottismo ostinato e votato alla tragedia (il triste epilogo avviene il 9 aprile del ‘76, quando Ochs solo, alcolizzato e deluso si toglie la vita impiccandosi). Quando sul palco sale l’imberbe James Taylor, fresco del successo commerciale di “Sweet baby James”, il gap generazionale non potrebbe suonare più marcato. Voce e chitarra, anche qui, ma l’utopia dei Sessanta ha già lasciato il posto alla disillusione dei Settanta, al sogno di rivoluzione si sostituisce una dolce malinconia che in “Something in the way she moves”, “Fire and rain” e “Carolina on my mind” trova uno squillante manifesto. Gli ultimi cinquanta minuti, l’intero secondo cd, sono dedicati alla divina Joni (la performance dei Chilliwack non venne registrata per volere del manager), colta in un momento topico di svolta e maturazione: la signora del Canyon, radiosa e di ottimo umore, si esibisce alla chitarra, al pianoforte e al dulcimer appalachiano con quella sua voce acuta ed elegante come il volo di un’aquila reale. Attacca con “Chelsea morning” (qui non la trovate, la Mitchell insoddisfatta della resa ha opposto il suo veto), riprende il filo di “Clouds” e di “Ladies of the canyon”, rende omaggio allo spirito verde e pacifista del raduno cantando di paradisi naturali rimpiazzati da parcheggi (“Big Yellow Taxi”, mixata con i ricordi di adolescenza rock’n’roll di “Bony Maroney”) e di “bombardieri che si trasformano in farfalle” (“Woodstock”). Poi sfodera una sequenza di classici allora sconosciuti, “My old man”, “For free” e “A case of you” dall’ancora inedito “Blue”, il disco spartiacque che l’anno dopo aprirà la diga al cantautorato introspettivo al femminile. “Carey”, in medley con “Mr. Tambourine man”, dura dieci minuti e passa in un baleno, un duetto con Taylor che da solo vale forse il prezzo del biglietto (e del disco). Peccato solo che il gran finale corale di “The circle game” sfumi prima della fine, il nastro aveva ormai esaurito la sua corsa. La storia ha anche un lieto fine: un anno dopo il concerto la fregata di Greenpeace salpa da Vancouver in direzione di Amchitka, nel febbraio del 1972 l’amministrazione americana decide finalmente di interrompere i test nucleari sull’isola.



(Alfredo Marziano)
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