Recensioni / 23 dic 2009

Fuck Buttons - TAROT SPORT - la recensione

Recensione di Ercole Gentile
TAROT SPORT
ATP Recordings (CD)
“Un lungo e lisergico viaggio sul confine tra rock ed elettronica” potrebbe essere il sottotitolo di questa recensione.
Già, perchè “Tarot sport” dei Fuck Buttons è una bella sorpresa e rappresenta al meglio l'incontro/scontro tra due generi che hanno sempre avuto un rapporto di amore/odio come appunto il rock (in questo caso più specifico il noise) e l'elettronica.
Piccolo passo indietro. I Fuck Buttons sono un duo di Bristol composto da Andrew Hung e Benjamin John Power. Nel 2008 esordiscono sulla lunga distanza con “Street horrrsing”, album prodotto da John Cumming dei Mogwai, un lavoro decisamente noise, con voci urlate e laceranti e fendenti di elettronica psichedelica. Il disco viene ottimamente accolto dagli addetti ai lavori ed il duo guadagna popolarità e “credito”.
Incontrato lo storico DJ e produttore Andrew Weatherall (già al fianco di Primal Scream, Happy Mondays, Bjork e membro dei Two Lone Swordmen) per un remix, i Buttons decidono di proporgli di lavorare con loro per il secondo capitolo discografico.
Ed ecco qualche mese dopo il risultato. “Tarot sport” vira decisamente verso il beat e l'elettronica (pur non perdendo il sound e l'attitudine rock), taglia via le voci ed il suono viene reso più limpido.
Le sette tracce che compongono il nuovo album sono un unico disegno, come se schiacciando play si venisse lanciati nella copertina del disco e se ne uscisse solo 58 minuti dopo. Sudati.
Manifesto del nuovo disco dei Fuck Buttons è “Surf solar”, dieci minuti e mezzo, una lunga suite che inizia con pura psichedelia rumorista fino all'entrata della cassa dritta, per proseguire con sonorità ossessive, ma allo stesso tempo sognanti, che squarciano il pezzo. Ed il cervello va a farsene comodamente un giro, in un mondo parallelo, senza bisogno di nulla e di nessuno.
“Rough steez” è più dura e tribale, chiama in gioco un ritmo dubstep su sonorità noise, mentre “The Lisbon Maru” è una lenta e lunga (oltre 9 minuti) marcia verso un'ovattata esplosione. Con “Olympians” si ritorna sui dancefloor, una suite rumorosa e grezza, con un interessante alternarsi di saliscendi ritmico/sonori. “Phantom limb” sfiora il kraut-rock e apre la strada alle ultime due canzoni del disco “Space mountain” e “Flight of the feathered serpent”. Due brani che si fondono in uno, prima piano e poi sempre più veloce, diciotto minuti in cui ognuno può immaginarsi di essere ovunque preferisca: su un'isola sotto un cielo stellato, su un dancefloor in uno squat di Londra o Berlino o semplicemente in casa, guardando fuori mentre nevica, con una calda tazza di the in mano. Durante il tragitto si incroceranno i Chemical Brothers, i Mogwai e pure gli Underworld. Finchè tutto si ferma.
Il bus magico e rumoroso dei Fuck Buttons riporta tutti a casa. Felici e contenti, storditi e appiccicosi, con la testa per aria ed i piedi ancora danzanti per terra.