«L'OSTERIA DEL FOJONCO - Violini di Santa Vittoria» la recensione di Rockol

Violini di Santa Vittoria - L'OSTERIA DEL FOJONCO - la recensione

Recensione del 18 ago 2009

La recensione

Forse non ve l’ho mai raccontato, ma quindici anni fa ho trascorso un anno intero dedicandomi a un lavoro di riscoperta e rivalutazione della musica da ballo italiana, quella che sbrigativamente (e con tono stupidamente spregiativo) viene chiamata “ballo liscio” e che quasi tutti identificano con Raul Casadei.
E’ stata un’esperienza molto istruttiva. Intanto mi ha tolto la puzza da sotto il naso: mi ha fatto scoprire un mondo ramificatissimo e vitalissimo, nel quale si muovono centinaia di orchestre che suonano 350 sere all’anno, ognuna delle quali mette insieme, in dodici mesi, un pubblico ben più numeroso di quello richiamato da una tournée di un medio gruppo rock o cantante pop o cantautore. Poi mi ha fatto capire molte cose sull’editoria musicale e sul potenziale reddito generato da una canzone “da ballo” per i suoi autori: perché, in quel mondo lì, quando un pezzo funziona lo suonano tutte le orchestre, non solo quella che l’ha lanciato, e i rientri SIAE sono sostanziosi assai. Poi, anche, mi ha fatto conoscere musicisti di grande generosità, di grandi doti tecniche, di grande professionalità, gente che sa suonare davvero e lo fa con l’umiltà di chi sa che per un uomo di spettacolo l’unico obbiettivo dev’essere quello di far contento il pubblico. Tutta roba, questa, che la maggior parte degli sbarbatelli che suonano nei gruppi rock non sa nemmeno dove stia di casa.
Ma non divaghiamo.
Dopo un anno di quel mio lavoro, la signora discografica che aveva entusiasticamente accettato la mia proposta di progetto se ne stancò di punto in bianco - cosa che le capitava e penso ancora le capiti abbastanza frequentemente. Di quel periodo, due fra i ricordi migliori che conservo sono di segno opposto.
Uno, un trionfo del trash: un ampio servizio di un mensile maschile dedicato alle cantanti delle orchestre di musica da ballo fotografate in deshabillé, fortemente caldeggiato da me e che considero come uno dei miei traguardi professionali più significativi. L’altro, col quale non c’entravo nemmeno di striscio, sul versante “colto”: un Cd di Riccardo Tesi intitolato “Un ballo liscio”, in cui l’organettista rivisitava motivi da ballo di grande notorietà popolare, inclusa la celeberrima “Piccolo fiore”. Un disco per certi versi storico (Auvidis Tempo, 1995) che pionieristicamente rendeva omaggio e rivendicava dignità alla tradizione italiana, la quale (sia chiaro) non ha niente da invidiare al folk internazionale più celebrato (da quello irlandese a quello balcanico oggi così di moda).
All’uscita di “Un ballo liscio”, fui colpito dalla coincidenza di date - uscì proprio nell’anno in cui facevo il lavoro che vi ho sopra raccontato - e chiamai Riccardo Tesi, col quale scambiammo alcune opinioni - non da giornalista a musicista, ma fra amanti della musica (tutta la musica, quando è buona musica).
Così, quando ho saputo dell’uscita di questo disco ho praticamente preteso di recensirlo. E non me ne pento.
I Violini di Santa Vittoria sono una formazione d’archi (un quintetto: Davide Bizzarri, Roberto Mattioli, Orfeo Bossini, Luigi Andreoli, Filippo Pedol) regolarmente attivo nella provincia di Reggio Emilia, che in questo disco, progettato da Andrea Bonacini, collaborando con Tesi e con il sassofonista Claudio Carboni ripropongono musiche scritte nel secolo scorso da Arnaldo Bagnoli (1893-1965), violinista e compositore prolifico - ha firmato almeno trecento brani strumentali. Ci sono, nel Cd, anche un tradizionale (“Secondo Maggio” / “Primo Maggio”), un brano verdiano (il Preludio della “Traviata”), un originale di Tesi (“La mazurca del nonno”), uno di Carboni (“Vittoria”) e uno, “Tango del fojonco”, di Davide Bizzarri, che ha anche curato gli arrangiamenti dei brani. Ma sono così rispettosamente coerenti con le musiche di Bagnoli da risultare sostanzialmente indistinguibili da quelle.
Qui si va di mazurke, polke, valzer (balli che certi saputelli che si riempiono la bocca di “square dance” e di altre stranezze esotiche magari schiferanno, ma che appartengono invece pienamente alla nostra cultura europea - ricordate il Battiato di “Voglio vederti danzare”? “Nell'Irlanda del nord, nelle balere estive, coppie di anziani che ballano al ritmo di sette ottavi”, e poco dopo “nella bassa padana, nelle balere estive, coppie di anziani che ballano vecchi valzer viennesi”. E c’è anche una marcia funebre, “Ricordo” (un valzer, appunto).
“L’osteria del fojonco” è un disco senza genere, fuori da ogni “file under”: potrebbe stare nello scaffale della musica classica, in quello del folk e in quello della musica contemporanea, e non sfigurerebbe da nessuna parte.
Se ha un limite - e secondo me ce l’ha, benché sia connaturato alla scelta estetica, ma più ancora ideologica, degli esecutori - è che è “troppo” ben suonato, troppo preciso, troppo pulitino. Inappuntabile, e forse proprio per questo un po’ distaccato dal sentire popolare, o meglio popolano. E’ come, diciamo, ascoltare Gassman recitare Trilussa, o Carlo Porta, o Biagio Marin: bravo, bravissimo, ma non è il suo. Bisogna essere violinisti ruspanti, preferibilmente autodidatti, per far sentire il sangue (del maiale) e il sudore (dei contadini) e l’odore (del letame) in queste musiche da bassa padana.
Con tutto questo, ascoltare “Il Novecento”, un immenso, enorme, commovente valzer di Arnaldo Bagnoli, fa pensare che le tanto (anche troppo) celebrate composizioni di Ennio Morricone o Nino Rota o Nicola Piovani non siano poi così più meritevoli di peana critici delle umili, domestiche, popolari melodie create da quest’uomo di Santa Vittoria di Gualtieri al quale nemmeno Wikipedia dedica una voce. E che se la meriterebbe più di tanti altri.

(Franco Zanetti)
Tracklist:
“Ti rammento”
“Mia passione”
“Cinciarella”
“Traviata (Preludio, Atto I)”
Tango del fojonco
“Tormenta”
“Vittoria”
“La mazurka del nonno”
“Paolo Borciani”
“Secondo Maggio” / “Primo Maggio”
“Ricordo”
“Il Novecento”
“Tanta musica”
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