«GENESIS:1970-1975 - Genesis» la recensione di Rockol

Genesis - GENESIS:1970-1975 - la recensione

Recensione del 18 dic 2008

La recensione

La musical box che i fan dei Genesis aspettavano per Natale è un cubo verde marchiato dal logo attuale del gruppo, con sette Sacd/Cd ibridi e sei Dvd Dual Disc nascosti dietro lo sportellino. Per fan dei Genesis si intendono in questo caso soprattutto i seguaci della prima ora: i vecchi ragazzi degli anni Settanta incantati dalla voce e dai travestimenti di Peter Gabriel, che non sanno cosa farsene di “Duke” o di “Abacab” e che del periodo successivo alla defezione del cantante digeriscono al massimo “A trick of the tail”, “Wind and wuthering” e il live “Seconds out”. Dopo, si sa, è tutta un’altra storia, con i tour negli stadi, i dischi di platino a cascata e un successo di massa inversamente proporzionale al fascino degli album contenuti in questo cofanetto: “Trespass”, “Nursery cryme”, “Foxtrot”, “Selling England by the pound” e il doppio “The lamb lies down on Broadway”, tralasciando l’acerbo debutto “From Genesis to revelation” inciso per la Decca prima di passare alla Charisma di Tony Stratton-Smith. La splendida cinquina, rinforzata da un disco di “rarità” e oltre due ore e mezzo di filmati d’epoca peraltro già noti agli appassionati più attenti, è stata non solo oggetto di una nuova rimasterizzazione (anche se le riedizioni in cd del 1994 recavano l’infingarda dicitura “definitive edition remaster”…) ma anche remixata ex novo dal tecnico del suono Nick Davis in 5.1 DTS e Dolby Digital Surround, scatenando libidini tra i fortunati possessori di impianti surround esoterici ma anche polemiche per la discutibile correttezza filologica di certi suoi interventi (ascoltare “The fountain of Salmacis” irrompere sul fade out di “Harlequin” ha sorpreso e infastidito anche me).
Sia quel che sia, quel che questi dischi raccontano è un certo modo di intendere la musica “giovane” ai tempi in cui l’album a 33 giri soppiantava il 45, “pop” e “commerciale” erano parolacce di cui vergognarsi e il rock diventava una cosa seria da ascoltare standosene seduti o sdraiati, assorti in un silenzio estatico e immobile (guardatevi quei quattro minuti in bianco e nero ripresi dalla Rai al Piper di Roma nel 1972: un pezzo d’epoca e uno spaccato sociologico che parla da solo).
Lo chiamavano “progressive rock”, quello dei Genesis, ma era una musica romantica e immaginifica che molto raramente sacrificava l’atmosfera e lo sviluppo melodico della canzone al virtuosismo fine a se stesso, modello Yes o Emerson, Lake & Palmer. Mentre quelli si nascondevano dietro cumuli di tastiere e cortine di fumo, Gabriel usava le maschere per comunicare, raccontare, trasportare il pubblico in un mondo fantastico e favolistico col sapore di Lewis Carroll e del music hall vittoriano, della mitologia classica (Ermafrodito, Salmace, Britannia, Tiresia…) e della science fiction (la pianta velenosa che uccide gli uomini di “The return of the giant hogweed”). E quella musica, così squisitamente British ma ricca di citazioni classicheggiantei, suonava nuova ma anche stranamente familiare alle orecchie degli italiani, i primi (subito dopo i belgi, che stranezza) ad adottarla. Erano ragazzi compunti e un po’ rigidi, i Genesis, come si conveniva alla loro provenienza da uno dei collegi più austeri ed esclusivi d’Inghilterra; eppure in loro si percepiva un latente desiderio di ribellione e la voglia di pensare in grande, un onesto sforzo intellettuale e una strisciante tensione erotica (c’è molta sessualità repressa, nei testi di Gabriel che adorava il soul di Otis Redding comprendendo di esserne lontano anni luce). I filmati inclusi nei dvd, anche se a volte scadenti nella resa audio/video, raccontano bene l’evoluzione della sua animalità da palcoscenico: “The musical box” è replicata quattro volte e “Supper’s ready” tre, ma nel frattempo cambiano la gestualità e le messe in scena, la testa da fiore e la testa di volpe, la maschera da vecchio e l’uomo pipistrello che oggi possono far sorridere ma allora furono uno shock visivo, musica da vedere dieci anni prima di Mtv e dei videoclip.
Comunque la si pensi su remix e rimasterizzazioni, e premesso che il calore dei vecchi Lp resta inimitabile, la nitidezza sonora di queste nuove edizioni rende pienamente giustizia alla perizia tecnica di Tony Banks e di Steve Hackett (che meraviglia, “Firth of fifth”!), alla poliedricità di Mike Rutherford (il regista occulto del gruppo), alla straordinaria agilità del drumming di Phil Collins (i tempi inusuali di “Watcher of the skies” e “Apocalypse in 9/8”, i fuochi di artificio della seconda parte di “The cinema show”), all’importanza del dettaglio (mai sentito così presente, l’insetto ronzante che accompagna l’intro di pianoforte di “The lamb”). “Trespass”, un disco bello e sottovalutato come gli arpeggi tintinnanti del primo chitarrista Anthony Phillips, ne esce totalmente rigenerato. “The musical box” e “Supper’s ready”, i brani più avventurosi e amati da tutti, suonano drammatici, “colorati” e dinamici come non mai. E il discusso “The lamb”, farraginoso quanto si vuole nel concept che gli fa da sceneggiatura, resta modernissimo in quelle sue tonalità crude che annusavano già il vento del punk. Sullo sfondo di folate di mellotron e di dolcissimi arpeggi di chitarre a dodici corde riprende vita un vivacissimo teatrino di figurine caricaturali e surreali: Harold in fuga braccato dalla Bbc e i ridicoli gangster dell’East End londinese, William intrappolato nel carillon e gli spietati immobiliaristi che ordinano di buttar fuori gli inquilini entro venerdì, esultanti dopo avere appreso che una riduzione dell’altezza umana consentirà di stipare più persone nei loro condomini.
Si poteva fare di meglio, nel confezionare questo ben di dio (110/130 euro il prezzo nei negozi)? Sicuramente sì. Il packaging, per cominciare: a parte “The lamb”, elegantemente rilegato, i cd+dvd sono alloggiati in una doppia jewel box convenzionale. Visto che oggi è di moda, perché non ricorrere ai facsimile in cartoncino delle buste originali? E poi, soprattutto, le interviste: nessun sottotitolo, e posso assicurarvi che comprendere un Banks che parla a velocità supersonica o un Rutherford che bofonchia come una pentola di fagioli non è impresa da poco. Anche sulle cosiddette rarità si poteva essere più generosi, tenuto conto che il dischetto dura poco più di quaranta minuti: “Happy the man” (facciata A di un singolo del 1972), “Twilight Alehouse” (lato b di “I know what I like” nel 1974), “Going out to get you”, “Shepherd”, “Pacidy” e “Let us now make love” erano già state incluse nel cofanetto “Genesis archive, vol. 1: 1967-1975”, che peraltro conteneva parecchia roba in più. La vera chicca da collezionisti è lo slide show originale dei concerti di “The lamb”, visibile in sincrono con le musiche del disco e arricchito da qualche breve frammento amatoriale in Super 8. E i leggendari “Jackson tapes” incisi nel 1969 come commento sonoro a un film Bbc sul pittore Michael Jackson mai andato in onda, un quarto d’ora di musica in cui affiorano riff e melodie familiari che poi troveranno dimora in “The musical box”, “The fountain of Salmacis” e “Anyway” (cinque anni dopo!). Non era mancanza di idee, quella dei giovani Genesis, piuttosto sacrosanta ostinazione nell’inseguire quelle angeliche visioni.



(Alfredo Marziano)

Per la tracklist completa del cofanetto, vi rimandiamo al sito della fanzine italiana Dusk:
http://www.dusk.it/2007/box1.htm
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