«18 TRACKS - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - 18 TRACKS - la recensione

Recensione del 15 apr 1999

La recensione

"18 tracks" precede di qualche giorno l’arrivo in Italia di Bruce Springsteen & The E Street Band, una delle più fenomenali macchine da rock’n’roll che mai abbiano calcato palcoscenico. Probabilmente è un disco che esce per andare incontro alle esigenze economiche di quanti non si sono potuti permettere il lusso di immolare più di centomila lire alla quadrupla causa di "Tracks", il megabox retrospettivo della carriera ‘alternate’ di Springsteen, per far sì che almeno una parte di quegli aromi già assaporati dai fans possano arrivare anche nelle case del vicinato. Probabilmente è un disco che riuscirà anche a far mettere mano ancora una volta al portafoglio del fan incallito, che su questo cd troverà altri tre inediti non presenti su "Tracks": si tratta di "The fever", uno dei primissimi brani di Springsteen in una registrazione datata 1973, "Trouble river", brano risalente alle sessions di "Human touch" e "The promise", un brano suonato spesso dal vivo a partire dal 1978 e a febbraio di quest’anno finalmente registrato su disco. Per quanto riguarda il materiale già edito su "Tracks" c’è da dire che questo cd offre una selezione alquanto compatta dello Springsteen-sound e della sua poetica rock’n’roll: a partire da una splendida "Growin’ up" eseguita con la sola chitarra, un vero concentrato di energia, passando attraverso brani trascinanti come "Seaside bar song" - un r&b degli esordi - "Rendezvous" e "Where the bands are" - incursioni notturne nel mondo del rock’n’roll - "Loose ends" e "I wanna be with you", quest’ultima dall’attacco assai simile a quello di "Murder incorporated". "My love will not let you down", dal canto suo, è una delle migliori scoperte dello Springsteen ‘alternativo’, forse anche perché è il brano che ha aperto i concerti di Barcellona (e batte un po’ il cuore a pensare che il pezzo d’apertura dello show di ritorno si intitola "il mio amore non ti lascerà"), mentre sono più che piacevoli anche "Lion’s den" e "Pink Cadillac". Serenata da strada è invece "Janey don’t you lose heart", mentre con "Part man, part monkey" si torna al rock’n’roll spaccapalco. Ad ammorbidire la scaletta ci pensano un lentone da mattonella come "Hearts of stone", la versione per chitarra, voce e Woody Guthrie di "Born in the USA", il Roy Orbison evocato da "Sad eyes" e l’introspettiva "Brothers under the bridge". Per quanto concerne invece i tre inediti, "Trouble river", registrato come già detto nel corso delle sessions di "Human touch", si conferma rock’n’roll di razza nonostante l’assenza della E-street band e con qualche assonanza con "Seven angels", altro brano presente sulla versione integrale di "Tracks". "The fever", scritta nel 1972, registrata l’anno successivo per essere inserita su "The wild, the innocent..." e alla fine tenuta fuori, viene adesso alla luce nella versione springsteeniana, dopo che Southside Johnny l’aveva registrata per il suo album del 1975, prodotto da Little Steven. Una canzone nel migliore stile di Van Morrison, sorretta dallo stesso tipo di blues confessionale e da lunghe code strumentali. Il momento migliore di "18 tracks" arriva in chiusura, con "The promise", un brano che appartiene al periodo d’oro di Springsteen, scritto ai tempi di "Born to run" e portato dal vivo tra il 1976 e il 1978: è un Boss in stato di grazia quello di questa stagione, e questa versione del brano, registrata nel febbraio del 1999 nel New Jersey, ci riporta indietro a metriche, melodie e canzoni insuperate e ancora oggi, non a caso, acclamate negli stadi di tutto il mondo. È lo Springsteen senza tempo, quello di "Racing in the streets" e "Johnny 99", "Walk like a man" e "Cautious man", lo Springsteen che racconta storie struggenti e romantiche come il cuore del suo rock’n’roll. E che da sole valgono sempre e comunque il prezzo del biglietto.
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