«TOOTH OF CRIME - T Bone Burnett» la recensione di Rockol

T Bone Burnett - TOOTH OF CRIME - la recensione

Recensione del 11 giu 2008

La recensione

“Questa è una storia vera basata su una storia vera basata su una bugia”. Con Joseph Henry Burnett detto T Bone le cose prendono sempre una piega inattesa, i piani di lettura si sovrappongono, le prospettive si ribaltano, parole e suoni si intrecciano in rebus e paradossi (il suo album precedente si intitolava “La vera falsa identità”, la canzone che contiene la frase succitata si traduce in “Tutto quello che dirò può essere e sarà usato contro di te”). Quando è lui a maneggiarla, la musica tradizionale americana – la sua isola del tesoro – diventa elegantissima e moderna restando miracolosamente autentica. E la modernità assume tonalità ostentatamente rétro, come gli effetti speciali in un vecchio film di fantascienza di serie b. Mr. Burnett, uno che a metà anni Settanta si è fatto le ossa viaggiando nella Rolling Thunder Revue dylaniana, è l’uomo ombra del grande rock americano degli ultimi dieci anni, il mastermind sconosciuto alle grandi folle delle più intelligenti operazioni di archeologia musicale applicate al cinema (il premio Grammy “O brother where art thou?”, “The big Lebowski”, la cinebiografia di Johnny Cash “Walk the line”). La riuscita della strana accoppiata Robert Plant/Alison Krauss (riuscita artistica e commerciale: “Raising sand” ha già venduto quasi due milioni di copie nel mondo) deve molto alla sua sapienza produttiva e al suo enciclopedismo musicale, e promette bene anche il prossimo disco “folk” di John Mellencamp in cui debutterà una tecnologia dvd audio ad alta definizione da lui brevettata. Con tutti questi impegni, logico che quel cervellone allampanato di T Bone abbia poco tempo ed energie limitate da dedicare a se stesso e alla produzione in proprio: sette album più un paio di mini in 35 anni, alcuni dei quali sfiziosi e interessanti (“Truth decay”, “Proof through the night”, “T Bone Burnett”, meglio ancora la doppia antologia Columbia/Legacy di due anni fa, “Twenty twenty”, arricchita da qualche bell’inedito e rarità). Anche il nuovo disco che abbiamo tra le mani è nuovo a metà: riannoda i fili di una vecchia tela, canzoni scritte nel 1996 per il riadattamento teatrale di una vecchia commedia firmata da Sam Shepard, “Tooth crime (second dance)”, confronto/scontro dialogico, psicologico e surreale tra una vecchia star in disarmo e un suo discepolo per la conquista del trono di re del rock’n’roll. Progetto consono alle corde di T Bone, a lungo coltivato, più volte abbandonato, ripreso e finalmente completato: e che tuttavia anche oggi non sfugge a un senso di precarietà e di fragilità strutturale, come una cornice privata del quadro che oscilla nell’aria per mancanza di peso. Burnett, che nel cucire suoni – lo si sarà capito – è un maestro, si fa accompagnare dalla chitarra di Marc Ribot, dalla batteria di Jim Keltner e da altri strumentisti di sangue blu, evoca più volte l’estetica di Tom Waits ma non supera lo scoglio del suo precedente disco di inediti, “The true false identity”: sciccosissimo anche quello nel ricreare atmosfere di vintage jazz, blues e rock’n’roll da vecchi dischi Chess, Sun e Blue Note, ma non abbastanza mordace, non abbastanza coinvolgente, poco sviluppato melodicamente. Colpa della sua voce nasale? Non è il caso di essere categorici come “Spin” “(“quando canta, T Bone fa precipitare tutto, non solo il genere umano”, scrive uno spietato recensore della testata americana), anche se l’approccio narrante e declamatorio che gli è tipico alla lunga può stufare: piuttosto, nel mondo onirico di T Bone sospeso tra noir anni ’40, fantascienza e apocalisse prossima ventura lo sfondo è spesso più suggestivo del primo piano, il dettaglio più preciso della panoramica, la scenografia più accurata della sceneggiatura. Molti degli episodi di “Tooth crime” non sembrano andare molto oltre il confine della “musica incidentale”, e non rimane che gustarsi la chitarra in tremolo di Ribot, lo smarrimento sognante dell’appropriatamente intitolata “Dope island” (la voce femminile, qui e altrove, è quella della ex moglie Sam Phillips), gli ottoni splendidamente arrangiati da Darrel Leonard, il clima da spy story e da science fiction in bianco e nero. E soprattutto l’unico vero lampo di luce in un disco dark, gelido e claustrofobico, una ballata country intitolata “Kill zone” che porta anche la firma di Roy Orbison, e si sente (Burnett l’aveva già inclusa nella succitata antologia di due anni fa). A Hollywood ha imparato molto, T Bone: più da regista che da attore protagonista, però.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Anything I say can and will be used against you
02. Dope island
03. The slowdown
04. Blind man
05. Kill zone
06. The rat age
07. Swizzle stick
08. Telepresence (Make the metal scream)
09. Here come the Philistines
10. Sweet lullaby
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