«22 DREAMS - Paul Weller» la recensione di Rockol

Paul Weller - 22 DREAMS - la recensione

Recensione del 06 giu 2008

La recensione

Che sorpresa. Paul Weller non faceva un disco così umorale, zigzagante ed enciclopedico dai tempi degli Style Council di “Cafè bleu”. Resosi conto di essere arrivato alla fine di un percorso ha girato i tacchi mettendosi a correre all’impazzata in tutte le direzioni. A pensarci bene, ha fatto la cosa giusta: “As is now”, il suo ultimo disco in studio, era un album frizzante ma con poche sorprese, molto solido ma un filo troppo prevedibile. “22 dreams” (si chiama così, anche se i pezzi, misteriosamente, sono 21…) è molto meno equilibrato, molto meno rifinito – certi episodi suonano come provini incompleti – , molto meno disciplinato. Ma anche molto, molto più coraggioso, un’eruzione spontanea e caotica di matura vitalità. Sentendo fischiare nelle orecchie il treno in corsa dei cinquant’anni, guardando i figli che crescono a vista d’occhio (all’ultimo nato, Mac, è dedicata l’esortazione di “Why walk when you can run”: praticamente la sua filosofia di vita) il papà di tutti i mod canta e suona come se avesse il fuoco sotto il sedere e si toglie qualunque sfizio. Tracima dagli argini col suo disco più lungo di sempre (doppio LP, mentre nella versione cd deluxe un secondo dischetto è dedicato a demo e “lati b”). E a tratti spiazza e sconcerta, perché qui trovate il Weller che vi aspettate ma anche quello che non avevate mai conosciuto prima. Chi si sarebbe aspettato da lui, a questo punto della carriera, un album “concept” incentrato sullo scorrere delle stagioni, un ciclo circolare di canzoni che si apre con “Light nights” e si chiude con “Night lights” e i rumori di un temporale? Due raga folk con chitarra acustico e violino, per inciso, che più che a “Stanley road” fanno pensare immediatamente alla Incredible String Band e a Ravi Shankar. La sequenza delle canzoni ci consegna un disco a strappi, con grappoli di musica acustica ed elettrica, momenti di quiete pastorale (molto pianoforte, e poi arpe, archi, mandolini) contrapposti a deflagrazioni di garage rock psichedelico come “22 dreams”, “Push it along” ed “Echoes round the sun”, la chiacchierata collaborazione con l’amico Noel Gallagher (qui al basso e al pianoforte, mentre alla chitarra c’è Gem Archer degli Oasis) che è anche indiscutibilmente uno dei pezzi forti del menù. Chi si era abituato a un Weller “conservatore” sbalordirà all’ascolto di “Song for Alice”, uno strumentale in puro stile afro jazz dedicato alla moglie di John Coltrane che molto deve a Robert Wyatt e alla sua tromba. Di “One bright star”, milonga da balera argentina più che da rock club di Woking. Di “111”, pastiche elettronico dove Paul, il produttore Simon Dine e il chitarrista Steve Cradock (protagonista importante del disco: suona anche molte parti di batteria) smanettano in libertà su moog e mellotron come fossero gli AMM o i vecchi corrieri del rock cosmico tedesco. O di “God”, lettera aperta all’onnipotente recitata dalla voce proletaria di Aziz Ibrahim, già chitarrista degli Stone Roses e musulmano di provata fede. Stranezze, bizzarrie, azzardi anche goffi, non riusciti: come in certi dischi underground degli anni Settanta. “Black river”, scritta con Graham Coxon, è un’altra (bella) novità: un Bacharach, un Nick Drake, un Bowie giovanile proiettato in scenari bucolici e da music hall, con la voce che si aggrappa a un falsetto sporco di whisky e sigarette. “All I wanna do (is be with you)” e “Have you made up your mind” si incaricano di confortare i fan più frastornati, l’arpa di “Empty ring” e il bel piano/voce di “Invisible” richiamano gli Style Council tardo romantici e “Cold moments” affascina con quell’impasto folk/soul/jazz che già aveva reso memorabile “The start of forever” sul disco precedente. E’ una trottola, “22 dreams”, una vertigine onirica da ascoltare preferibilmente tutto di seguito, “come si faceva con ‘Sgt. Pepper’ e con ‘Pet sounds’ ”, ci consiglia l’autore senza paura di peccare di immodestia. Uno di quei dischi, forse, in cui la visione d’insieme vale più dei singoli episodi. Come “Sandinista!” dei Clash, quando Strummer e soci avevano voglia di mandare i cliché a carte quarantotto e di dire tutto e subito. “22 dreams” intriga anche per i suoi colpi di testa, le sue cadute di tono, la sua voracità totalizzante. Molto sincera, molto Weller: uno che alla svolta del mezzo secolo di vita ha ancora voglia di stupirsi e di giocare con la musica come un bambino. Forse non è mai stato giovane e avventato come adesso.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

07. Song for Alice
09. The dark pages of September lead to the new leaves of Spring
18. God
19. 111
21. Night lights
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