«LOST HIGHWAY - Bon Jovi» la recensione di Rockol

Bon Jovi - LOST HIGHWAY - la recensione

Recensione del 02 ago 2007 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Il titolo di questo disco sembra alludere ad una delle canzoni più note del repertorio country, quella “Lost highway” di Hank Williams che ha ispirato il nome ad una stimata etichetta, casa di Ryan Adams, Willie Nelson, Johnny Cash ed altri.
Ed infatti questo nuovo disco è stato presentato come un avvicinamento a Nashville del rocker del New Jersey. Vero? In parte si, in parte no: perché con Bon Jovi non si capisce mai quanto ci fa e quanto ci è.
Jon Bonjovi, al di là dell'immagine “permanentata” degli anni '80 che l'ha perseguitato a lungo, è un buon scrittore di canzoni pop-rock, uno springsteniano con una tendenza ad arrangiamenti troppo enfatici. Questo disco, da questo punto di vista, non cambia le carte in tavola: buoni brani, buone melodie, con suoni troppo pompati (sentite l'attacco di “Summertime”). Nulla di nuovo, insomma, nel bene e nel male.
Dov'è la novità, allora? Qualche ammiccamento al country c'è, in effetti. Il disco è stato in parte registrato a Nashville, con produttori famosi in quell'ambiente. Contiene qualche suono acustico in più, ha un duetto con Lee Ann Rimes in “Till we ain't strangers anymore”. Ma il problema, semmai è che da Nashville sembra avere preso le cose peggiori, cioè quel suono patinato che in America fa faville in certi ambienti, e che a noi europei suona indigesto.
Insomma, se l'etichetta “country” significa questo, tanto valeva fare un altro disco rock “normale”. Ahinoi, Jon Bonjovi è questa cosa qua: uno che scrive canzoni piacevoli come il singolo“(You want to) Make a memory”, ma che poi cade nel peggior kitsch, come dimostra l'immagine di copertina, quanto di più banale si possa immaginare: una strada (è una foto o un disegno? Boh!) vista dal cruscotto di una macchina, su cui sono appoggiati mappa e occhiali da sole. Signore e signori, ecco il mito “on the road” secondo i Bon Jovi...

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