«PALOOKAVILLE - Fatboy Slim» la recensione di Rockol

Fatboy Slim - PALOOKAVILLE - la recensione

Recensione del 07 nov 2004

La recensione

Dopo la colossale sbornia del successo planetario, Fatboy Slim sembra avere il problema di smaltire i postumi. Quando ha cominciato a diventare davvero famoso, “ciccione smilzo” era uno degli pseudonimi con cui agiva Norman Cook, veterano che aveva già abitato i piani alti delle classifiche con Housemartins, Beats International e Freakpower. Da “Rockafeller skank” in poi è partita la scalata allo stardom vero: moglie famosa (la presentatrice televisiva Zoe Ball), remix superpagati, singoli e clip di successo. Il sampling era la forma d’arte del terzo millennio e Fatboy Slim uno dei suoi profeti più ascoltati. Acqua passata, perché “Palookaville” viene presentato come il lavoro di un uomo in crisi. Cook ha passato i quarant’anni e sente di non avere più molto a che fare con i rave e i megaraduni, ma è titolare di uno dei marchi più fortunati in quell’ambito. Che fare? Per ora ha trovato una soluzione di compromesso: Fatboy Slim non molla del tutto il suono che lo ha reso famoso, ma collabora con altri musicisti (“veri”, non campionati) e allarga il raggio d’azione. Una onesta via di mezzo che produce un album mezzo riuscito. Cook sembra aver perso il gusto per i tormentoni che fanno ballare, un tempo il suo pezzo forte. L’album si apre infatti con due degli esemplari meno riusciti del genere: “Don’t let the man get you down” e “Slash dot dash” sono ripetitive (ma questo è un obbligo per pezzi di questo tipo), fiacche e parecchio noiose. La versione di “Jin go lo ba” di Olatunji rientra nella categoria e non lascia il segno, mentre il gioco riesce meglio in “Push and shove” (che però ha una struttura più solida da canzone) e alla perfezione in “North west three”, dove il beat è più rilassato. Le cose migliori arrivano quando Cook devia dai suoi binari consueti e riesce a offrire qualche sprazzo di imprevedibilità. Ad esempio, accade in “Put it back together”, bizzarro pastiche caraibico cantato da Damon Albarn con voce esausta e trascinata. Anche “Wonderful night”, con il rapper Lateef, è un tentativo riuscito di sterzare con più decisione verso l’hip hop. Di fatto, sono le prove che per Fatboy Slim ci può essere una vita anche dopo il big beat. Basta che non si condanni da solo all’obbligo di far ballare il suo pubblico. E non abbia più idee discutibili come quella di fare una cover di “The joker” di Steve Miller e affidarla alla voce del pesce fuor d’acqua Bootsy Collins.

(Paolo Giovanazzi)
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