«THE FIRE THEFT - Fire Theft» la recensione di Rockol

Fire Theft - THE FIRE THEFT - la recensione

Recensione del 28 gen 2004

La recensione

Creatura curiosa e intrigante, i Fire Theft di Jeremy Enigk. Americani di Seattle con gli stessi geni di Nirvana e Pearl Jam (di poco più anziani di loro) ma con le orecchie sintonizzate anche oltre Atlantico e su epoche più remote (il rock anni ’70, il progressive inglese). Basterebbe questo a farne, in questo momento, una delle band più singolari e non allineate in circolazione negli Stati Uniti: indefinibile e umorale come i suoi tre componenti (gli altri sono William Goldsmith, batteria, e Nate Mendel, basso: entrambi già con i Foo Fighters), tutti reduci dai Sunny Day Real Estate, instabile gruppo di culto della Sub Pop e dell’alternative rock anni ‘90.
L’ascolto del loro atteso album di “debutto” è di quelli che sembrano fatti apposta per eccitare la fantasia dei recensori e innescare un gioco infinito, alla lunga persino lezioso, di paragoni, rimandi e citazioni. Non ci sottraiamo al compito neanche noi, per dirvi che nelle dodici tracce del disco (un paio sono niente di più che brevi intermezzi strumentali, l’ultima è seguita da una “ghost track” di quasi quindici minuti) ci è parso di sentir risuonare arcani frammenti di “Nursery Cryme” e di “Physical graffiti”, di “Tommy” e di “The dark side of the moon”. Questo ed altro si nasconde tra le pieghe di un disco ambizioso assai: melodiche ed energiche ballate elettriche precedute da quiete introduzioni strumentali, che creano con calma il “set” e l’ambientazione richiesta prima di far entrare in scena i personaggi ed esporre la trama; cascate chitarristiche alla Rush ed echi del più celebre rock concittadino; neo-psichedelia elettronica alla Radiohead e un romanticismo epico che ci ha ricordato i Waterboys dei bei tempi andati. “Big music” anche questa, come quella sognata ai tempi da Mike Scott: panoramica, grandiosa, spazzata da venti tempeste ed elementi naturali (di qui le canzoni intitolate ad oceani, montagne, cieli e stagioni). Un rock “pittorico” e da grandi spazi, insomma, con tutti i pregi e i difetti del caso: lirico, denso, intenso, ma anche – a tratti – enfatico, roboante, autoreferenziale. Enigk mette in gioco un falsetto di spiccate qualità teatrali e sicuro effetto melodrammatico: non è ai livelli impareggiabili di un Jeff Buckley, naturalmente, ma vale sicuramente un James Walsh (Starsailor) o altre celebrate ugole di questi ultimi anni. E poi c’è il citazionismo spinto, e magari anche involontario, della musica: chitarre pinkfloydiane nell’iniziale “Uncle mountain”; riff monumentali alla Jimmy Page nel preludio a “It’s over”; scampoli di rock opera in “Oceans apart” e i giovani Genesis di Gabriel in “Houses”. Fino al post-grunge di “Chain” e del bel pezzo conclusivo, enigmaticamente intitolato “Sinatra”.
Il “suono”, si sarà capito, gioca un ruolo fondamentale e il produttore, Brad Wood, è uno che sa giocare bene con gli spazi e con i volumi. Soprattutto è un esperto di rock duro e di chitarre (Smashing Pumpkins, Liz Phair): e per questo, qui, le sei corde elettriche suonano compatte come granito e scintillanti come acciaio. Gruppo e casa discografica gli hanno dato probabilmente carta bianca, e lui non lesina effetti e colori strumentali di contorno – c’è un’orchestra con archi e corni francesi, flauti e tromboni; e persino un coro di bambini; e poi chitarre registrate al contrario, e gorgoglii elettronici – per movimentare un disco a tinte forti, dai numerosi contrasti cromatici e sobbalzi emotivi. Anche troppo, forse: i Fire Theft suonano, a tratti, come una vera forza della natura, ma altre volte impeto e ambizione gli annebbiano un po’ la vista. Meno sfarzo produttivo avrebbe magari giovato ad Enigk: che assomiglia a uno di quegli attori di talento un po’ troppo propensi a strafare, quando non c’è un regista di polso che li metta in riga.
(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Uncle mountain
02. Oceans apart
03. Chain
04. Backward blues
05. Summertime
06. Houses
07. Waste time
08. Heaven
09. Rubber bands
10. It’s over
11. Carry you
12. Sinatra
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