«BODY LANGUAGE - Kylie Minogue» la recensione di Rockol

Kylie Minogue - BODY LANGUAGE - la recensione

Recensione del 27 gen 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Dura la vita della Popstar. Ad ogni giro bisogna cambiare musica, cambiare immagine (look, copertina, videoclip) senza stravolgersi. Insomma, (r)innovare rimanendo riconoscibili. Perché il pubblico si stufa facilmente e bisogna dare nuovi stimoli.
Per Kylie e per Britney, in fin dei conti, la strada è quella indicata da Madonna. Essere non solo alla moda, ma all’avanguardia del pop. Mentre la signora Ciccone perde un po’ di colpi e si allea con la Spears (che non è che abbia molto da guadagnarci - si veda la recensione di "In the zone" recentemente pubblicata), la Minogue va avanti come un carrarmato.
Beninteso: Kylie non diventerà mai un’altra Madonna. Non ne ha la statura (in tutti i sensi), ma sicuramente ne ha imparato la lezione, come dimostra questo “Body language”. Che arriva a due anni dal successo mondiale raggiunto con il singolo “Can’t get you out of my head”, ma evita con costanza ogni “la la la la la” possibile. Anzi cerca di innovare, per quanto è possibile fare per una cantante pop, ma cerca di non ripetere banalmente il tormentone che l’ha resa famosa in tutto il globo dopo anni di (relativo) oblio.
Insomma, “Body language” è un disco a cui va riconosciuto di non cercare il facile colpo ad effetto, ma di provare altre strade. La Minogue si è circondata di collaboratori che le hanno cucito addosso un suono elettronico il più possibile “avanti”, esattamente come ha fatto Madonna nei suoi momenti migliori. Nel caso di "Body language", sono presenti la osannattissima Ms Dynamite, già vincitrice del Mercury Prize 2002, e autrice di “Secret (take you home)” ed Emiliana Torrini, già autrice di un disco molto lodato dalla critica qualche anno fa (“Love in the time of science”, 2000), e firma del singolo “Slow.
Così come quest'ultima, il disco è costruito su canzoni che sono sì pop (per esempio “Promises” o “Sweet music”), ma non nel modo più caciarone e scontato. Anzi, “Body language” sembra giocare per lo più su ritmi lenti, o quantomeno sul creare un suono avvolgente piuttosto che sul cercare il ritornello acchiappa-orecchie.
A tutto questo va aggiunto che le foto alla Brigitte Bardot e l’artwork in stile grafico anni ’60 sono un piacere per gli occhi. E questo vi dà le coordinate per capire il personaggio. Che è e rimane una cantante pop, niente di meno e niente di più, ma che almeno fa le cose con stile, dalla musica in giù.

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