«LIFE FOR RENT - Dido» la recensione di Rockol

Dido - LIFE FOR RENT - la recensione

Recensione del 02 ott 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Certe volte le vie del successo sono (quasi) inspiegabili. Prendete “No angel” di Dido. Uscito nel 1999, è esploso dopo un anno, fino ad arrivare a vendere tredici milioni di copie. I motivi? L’inserimento in una popolare sit-com americana di un brano dell’album, e (soprattutto) il campionamento di “Thank you” da parte di Eminem nella sua “Stan”. Queste sono state le scintille, per la verità, perché se la materia non fosse stata combustibile, il fuoco non avrebbe attecchito. E qui si apre il dibattito: cosa fa di Dido una (potenziale) cantante di successo? La sua voce, la sua musica, la sua immagine? In realtà questi elementi, potrà obiettare qualcuno, sono assolutamente ordinari: una voce piacevole, su strutture musicali a metà tra il pop acustico e l’elettronica, un faccino acqua e sapone come tanti. La risposta è proprio in questa ordinarietà, probabilmente. Qualche decennio fa, agli albori della TV, Umberto Eco avanzò l’ipotesi che il successo del personaggio Mike Bongiorno risiedesse proprio nella sua “medietà”, che permetteva al pubblico di riconoscervisi e identificarvisi. Ecco, lo stesso è per Dido: a differenza di colleghe più aggressive, questa cantante inglese fa musica piacevole, tutt’altro che rivoluzionaria; le sue canzoni sono piacevolmente memorabili: nel senso che ti rimangono in testa e ti ritrovi a cantarle senza accorgertene, ma senza quel senso di fastidio che lascia tanta musica "chewing-gum".
Il trucco si ripete con “Life for rent”: prodotto sempre insieme al fratello Rollo (già nei Faithless, con cui pure Dido ha spesso cantato), presenta 11 canzoni che non spostano il tiro perfezionato dal suo predecessore “No angel”. Eppure, non stupitevi se vi ritrovate in testa “White flag” o la title track dopo un paio di ascolti. Perché “Life for rent” non introduce sostanziali novità o rivoluzioni. Forse solo qualche sparuto accenno più danceggiante (come “Stoned”, che ricorda proprio i Faithless). La cosa bella, semmai, è che questo disco, pur somigliando parecchio a “No angel”, non suona ripetitivo. Sembra paradossale, ma ciò dimostra che, alla fine, Dido ci sa fare: rimanere se stessi senza ripetersi non è facile, e tutto sommato “Life for rent” ci riesce. Ora tocca agli ascoltatori decretare se apprezzano ancora. Ma, al di là di tutto, in tempi di cantanti di plastica, un pop piacevole ma con un po’ di anima non può che essere ben accolto.

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