«SIGNORINA ROMEO - Giuni Russo» la recensione di Rockol

Giuni Russo - SIGNORINA ROMEO - la recensione

Recensione del 25 dic 2002

La recensione

Fino al 25 dicembre Rockol pubblica in questo spazio le recensioni dei dischi scelti dalla redazione come suggerimento-regalo per i propri lettori.

Una voce come quella di Giuni Russo dovrebbe essere considerata un patrimonio da proteggere e conservare. E dato che di voci come quella di Giuni Russo non ce ne sono altre, nel mondo della musica italiana, la musica italiana dovrebbe essere orgogliosa di poter vantare e valorizzare un patrimonio artistico com’è la voce di Giuni Russo.
Per molti anni, questo non è (purtroppo) successo, perché la discografia italiana si è come dimenticata dell’esistenza di Giuni Russo; la quale ha comunque testardamente, tenacemente, fieramente continuato ad offrire il dono della propria voce a quanti volessero ascoltarla dal vivo.
Il ritorno con questo disco di Giuni Russo sulla scena discografica - e per un’etichetta prestigiosa come la Sony - mi pare essere un fatto importante e significativo, oltre che una legittima e meritata soddisfazione per l’artista e l’occasione di riproporre al grande pubblico un’interprete senza eguali e una raccolta di brani che ne mettono in luce la versatilità e l’intensità.
Il titolo del disco, “Signorina Romeo”, fa riferimento - come non sfuggirà ai meglio informati - al nome anagrafico di Giuni Russo, Giusy Romeo: quello con il quale la cantante siciliana debuttò vincendo il Festival di Castrocaro nel 1967 (cantava “A chi”). Agli esordi prettamente “leggeri” seguirono, parecchi anni più tardi, nel 1975, un primo - oggi rarissimo, e assai ricercato dai collezionisti - album per la BASF intitolato “Love is a woman”; nel 1981, uno strepitoso “secondo debutto” con un album raffinatissimo intitolato “Energie” - ancora oggi, inspiegabilmente e colpevolmente, non disponibile in compact disc - e poi il grande successo popolare con “Un’estate al mare”, che rese familiare al pubblico italiano il nome d’arte Giuni Russo.
Ma non è questa la sede per ricostruire nel dettaglio l’itinerario professionale di un’artista che, negli ultimi anni, ha spinto ancora più avanti la propria ricerca musicale e spirituale, fino a dedicarsi ad un repertorio dalla forte impronta mistica e ad esplorare le modalità di canto tradizionale di mondi lontanissimi dal nostro.
“Signorina Romeo” costituisce, per certi versi, un compendio - registrato dal vivo, e non emendato delle inevitabili imperfezioni delle incisioni “live” per non alterare l’autenticità del documento - delle espressioni artistiche che oggi, per Giuni, rimangono esemplari e fondamentali per la sua formazione; per questo non vi troverete certe sue pagine esplicitamente “pop” che - pur consentendole grandi soddisfazioni commerciali - non le sono mai state realmente congeniali.
Quasi simbolicamente, l’album si apre con un duetto con Franco Battiato, il musicista conterraneo con il quale Giuni ha condiviso momenti importanti della propria vicenda artistica. Registrata a Catania nel 1996, “J’entends siffler le train” è la canzone - un successo di Richard Anthony, poi ripreso anche da Battiato in “Fleur(s) - che Giuni e Franco cantarono insieme in quell’occasione: il pianoforte di Michele Fedrigotti introduce le due voci che poi condividono lo svolgimento melodico del brano, la cui malinconica eleganza rétro è magicamente sottolineata dal contrasto fra i timbri vocali degli interpreti.
Segue una delle coraggiose e originali “canzoni” che Giuni Russo e la sua coautrice (e produttrice) Maria Antonietta Sisini hanno elaborato traendo ispirazione da testi sacri e religiosi: “La sua figura” cita l’opera poetica di San Giovanni Della Croce (i cui scritti risalgono al Sedicesimo secolo) e quando la voce di Giuni intona “Sai che la sofferenza d’amore non si cura se non con la presenza della sua figura” un empito mistico sembra pervadere chi l’ascolta, accompagnato da una melodia penetrante.
“Un’anima tra le mani” è un’originale rilettura di “Un’anima pura”: una riscoperta inattesa, per una canzone ricca di riferimenti. Fu infatti con questo brano del repertorio di Don Marino Barreto Jr. che una giovane Mina Mazzini debuttò in pubblico, cantando - quasi per gioco - alla Bussola di Viareggio, nel 1958; e fu con questa canzone che i Rokes parteciparono (senza grande successo, per la verità), nel 1964, al Festival degli Sconosciuti di Ariccia. La versione di Giuni Russo è pacata e riflessiva, quasi spassionata, lineare e composta, e rivela la limpida bellezza della linea melodica del brano.
“Il carmelo di Echt” è una composizione che Juri Camisasca ha scritto, e incluso in un suo album eponimo, ispirandosi alla vita e alla morte di Edith Stein: ebrea tedesca, monaca carmelitana con il nome di suor Teresa Benedetta della Croce, fu inviata per sottrarla alle persecuzioni naziste nel Carmelo di Echt, in Olanda; ma da lì venne deportata ad Auschwitz, dove morì (è stata recentemente proclamata beata). Il brano è pervaso da una irreale serenità ma anche segnato da una forte drammaticità, così come l’interpretazione di Giuni Russo, che ne trae accenti di profonda compassione.
Curiosa la genesi di “Sakura”: Giuni la sentì canticchiare da una hostess giapponese nel 1969, e ne memorizzò immediatamente la melodia, impegnandosi poi nella ricerca dello spartito e nell’apprendimento del testo e della sua pronuncia. E’ un canto tradizionale (“Sotto il ciliegio”) inteso come inno alla creazione che si rinnova nel tempo della primavera, e l’asciutto accompagnamento musicale evidenza la purezza quasi disincarnata della voce dell’interprete.
Cupe note di pianoforte introducono “Ciao amore (ciao)”: è la canzone con cui Luigi Tenco nel 1967 disse addio al mondo della musica leggera italiana, un mondo che non l’aveva saputo capire e apprezzare. Cantando il ritornello, Giuni ne cambia sottilmente la melodia, mentre l’atmosfera sonora sottolinea efficacemente il vero senso del testo, quello del distacco dalla propria terra e dai propri affetti, quello dello spaesamento di chi “salta cent’anni in un giorno solo, dai carri nei campi agli aerei nel cielo”: e il coro maschile assume cadenze di canto funebre.
Ispirata da un viaggio a Gerusalemme, “La sposa” - forse il momento più “sperimentale” di questo album - è la celebrazione di un cambiamento di vita interiore e del raggiungimento di un nuovo appagamento attraverso la ricerca di Dio; risonanze mistiche echeggiano anche in “Vieni” (il cui testo riprende i versi di Jalal-Dim Rumi, mistico persiano), e nella lunga ed elettronica “Io nulla”, firmata come le due precedenti composizioni da Maria Antonietta Sisini e Giuni Russo. Le diverse e differenti atmosfere sonore di questi tre momenti - che costituiscono la parte centrale del disco - evidenziano la versatile creatività dei musicisti che accompagnano la voce solista: Stefano Medioli (pianoforte, tastiere e programmazione dei computer), Marco Remondini (violoncello classico ed elettronico, sax soprano) e Corrado Medioli (voce e fisarmonica).
Si torna alla forma-canzone con uno dei più esoterici fra i brani composti da Franco Battiato: quella “Il Re del Mondo” che era inclusa nella tracklist di “L’era del Cinghiale Bianco” (1979) e che Giuni, avendola inserita da tempo nel repertorio dei suoi concerti, rimodella a propria misura - benché sia scritta su una tonalità non sua - facendo proprio un testo evocativo e nostalgico e salmodiandolo su una leggera trama di pianoforte.
Anche per “Nomadi” (altro brano di Camisasca, già ripreso da Alice e da Battiato, ma originariamente pensato e scritto proprio per Giuni) la Russo sceglie un accompagnamento pianistico, questa volta incalzante e percussivo, concertistico, col quale la voce combatte una lotta di contrasti.
L’emozione è palpabile quando Giuni intona “Nada te turbe”, un testo poetico di Santa Teresa d’Avila al quale l’interprete regala una - perdonate l’ossimoro - sensuale spiritualità esaltata dalla rarefatta trama sonora dell’accompagnamento; analogamente in “O vos omnes” è la voce sola e prepotente protagonista, libera di dare la massima rilevanza alle parole di una quartina biblica tratta dalle Lamentazioni di Geremia.
Chiude l’album “Adeste fideles”, tradizionale canto natalizio della chiesa cattolica. Se mi è concessa la rivendicazione, fui proprio io a proporre a Giuni Russo di registrarla per la prima volta: accadde nel 1983, mentre progettavo “Natale con i tuoi...”, primo album di canzoni natalizie appositamente realizzate da cantanti italiani. Ricordo ancora il lungo brivido che mi percorse quando Alberto Radius mi fece ascoltare un nastrino (altri tempi...) con il primo mixaggio del brano eseguito da Giuni Russo; lo stesso brivido che riprovo ascoltando ora questa versione dal vivo, nella quale la voce di Giuni sale come se fosse intonata sotto le volte di una cattedrale gotica.
Questo “Signorina Romeo” non è un disco come tanti altri (pure troppi) che escono ogni settimana e rischiano di perdersi sugli scaffali di qualche negozio. Questo è un disco che significa molto per Giuni Russo, ed è (io credo, e lo credo davvero) un disco che non dovrebbe passasse inosservato.
(Franco Zanetti)

Perché regalarlo: Per far scoprire e apprezzare una delle più belle voci della canzone italiana.
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