«PER SEMPRE - Adriano Celentano» la recensione di Rockol

Adriano Celentano - PER SEMPRE - la recensione

Recensione del 24 dic 2002

La recensione

Ma sì, certo, avremmo dovuto recensirlo appena è stato pubblicato, un mesetto fa. Ma sapete com’è: l’affollarsi di tante nuove uscite internazionali, la consapevolezza della necessità di farsene un’opinione completa e meditata, poi l’idea di proporre nel mese di dicembre i dischi “da regalare” - e come non metterci il nuovo disco di Celentano? - e quindi la sospensione dell’urgenza...
Tutte balle, lo so. La verità è che in redazione nessuno aveva una gran voglia di ascoltarlo, ‘sto disco, e quindi si sono messi d’accordo per rifilarlo a me, con la solita scusa che, insomma, Adriano è un monumento della canzone italiana, e che sono io il più idoneo a scrivere del suo lavoro (dove i giovanotti dello staff di Rockol per “idoneo” intendono, evidentemente, il più anziano della banda). Poi io, fra una cosa e l’altra, non ho mai trovato una domenica pomeriggio per mettermici d’impegno... e adesso sono qui, con gli zampognari per strada e le luminarie che si riflettono sul vetro della finestra, che anziché sgomitare nei negozi per acquistare i regali natalizi sento e risento “Per sempre” (una buona scusa, comunque, per evitare la ressa: farò i doni all’Epifania).
E comunque, la sto facendo lunga per non entrare nel vivo della faccenda. Perché ho parecchie cose da dire sul disco di Celentano, e non tutte saranno gradite, suppongo, agli agguerriti fans del Celebre e alla sua altrettanto agguerrita signora. Lo spirito della Natività non mi rende più buono, a dispetto del luogo comune; ma prometto che non farò nemmeno l’Uncle Scrooge, e non esagererò in acidità.
Dunque, un album con undici canzoni (“Radio Chick”, la dodicesima, è semplicemente un riarrangiamento di “Mi fa male” che mette in maggiore evidenza il pianoforte di Chick Corea) firmate in gran parte dallo stesso team compositivo che ha lavorato sui due (vendutissimi) dischi precedenti di Adriano. Le musiche sono nella maggior parte dei casi di Gianni Bella, i testi sono nella maggior parte dei casi di Mogol. Le musiche di Gianni Bella sono, nella maggior parte dei casi, di buona se non ottima qualità. I testi di Mogol... ecco, qui bisogna provare a farsi capire.
Non credo che Mogol sia il massimo paroliere italiano. A parte il fatto che a lui non piace l’appellativo “paroliere”, secondo me l’autore di testi più importante e significativo della musica italiana è Giancarlo Bigazzi (e spero prima o poi di avere il tempo e l’occasione per articolare ampiamente questa opinione). Riconosco però a Mogol molte capacità, e specialmente una professionalità innegabile (basterebbe leggere i testi, suoi, di certe famosissime cover degli anni Sessanta); mentre lascio fuori da ogni valutazione qualitativa l’opera comune con Lucio Battisti, troppo celebrata e troppo radicata nella comune esperienza del popolo italiano per reggere paragoni e comparazioni. La professionalità, oltretutto, non è come il genio, o l’ispirazione, che possono essere intermittenti. Se c’è, c’è. E in Mogol c’è.
Ergo, se Mogol ha scritto questi testi e li ha scritti così, l’ha fatto apposta. Volutamente ha scritto, in “Confessa”: “Io non sono più il tuo pensiero / non sono più il tuo amore vero” e “che ne hai fatto del nostro bene / è diventato un freddo brivido”. Volutamente ha scritto, in “Mi fa male”: “sì ormai son trasparente / io ti abbraccio soltanto con la mente” e “la sua mano scorre sul tuo fianco / ti muovi, ti strusci contro lui”. Volutamente ha scritto, in “Più di un sogno” (una canzone bellissima, detto così per inciso: la melodia del ritornello è indimenticabile, insieme elegante e popolare): “quante scene del passato / questa auto ha calpestato”, e “le paure son vietate / meglio viver le giornate / dalla gioia illuminate”. Volutamente ha scritto, in “Una luce intermittente”: “nel profondo del mio cuore / una luce intermittente / a volte brilla sì, c’è / a volte invece è assente / i papaveri nei prati / e le nuvole lassù / io respiro il vento che va / qui nel centro dell’immensità”, e “l’amore mi attraversa / ogni speranza è persa”. Volutamente ha scritto, in “Respiri di vita”: “sembra quasi che il creato si sia di me dimenticato / no mi sbaglio, è il sole che gioca, è un abbaglio” e “con quei glutei poderosi / tieni tutti i sogni belli sempre accesi” (in “Respiri di vita”, giusto perché non pensiate che riferisco a senso unico, c’è anche una frase da antologia - e lo dico senza ironia: “il mare ha il colore un po’ metallico di chi muore”). Volutamente ha scritto, in “Ricordare e dimenticare” (un altro buon momento del disco, sostenuto da un divertente dance groove d’annata): “Voglio dimenticare non tutti quanti, solo tu” (“tu”? complemento oggetto? si dice “solo te”! Vuoi vedere che la “sindrome di Nek”, o dell’uso improprio del pronome “te”, sta producendo il fenomeno speculare e ugualmente sgrammaticato?). Stendo un velo pietoso su “Pensieri nascosti” (vi cito solo il testo del parlato a metà brano: “Il passato è un’incognita che disegna i giorni che non vivremo mai”). E mi domando: perché Mogol scrive per Celentano testi così francamente, evidentemente brutti? Forse perché pensa che siano adatti (adeguati, funzionali, coerenti) con il pubblico del “Re degli Ignoranti”? O forse perché sta conducendo un esperimento socioculturale sullo strato sociale degli acquirenti dei dischi di Celentano?
Sta di fatto che le canzoni migliori di questo disco - e ce ne sono, come vedremo - sono quelle alle quali Mogol non ha messo mano. Come quella che intitola l’album: qui il testo è di Stefano Pieroni, e non è un capolavoro (“non importa se poi sarà un destino amaro / non importa perché tu sei per me il bene più caro”: roba da Sanremo anni Cinquanta, diciamocelo), ma almeno non fa accapponare la pelle. E “I passi che facciamo”: la musica è di Leon, ed è buona e suggestiva, il testo - questo sì, e finalmente, un bel testo: evocativo e intenso e significante - è di Gino De Crescenzo, in arte Pacifico. Ecco: se parliamo di canzoni in senso tradizionale, “I passi che facciamo” è proprio una gran bella canzone. La più bella dell’album.
Se invece parliamo di episodi anomali, “Vite” è l’episodio più anomalo del disco. Un pezzo di Guccini alla Guccini, una ballata di sapore gozzaniano affollatissima di parole anche difficili (“cribro”, “ciarpame”), che francamente avevo paura di ascoltare da Celentano dopo averla sentita cantata dal vivo da Guccini. E invece. Invece la voce di Adriano, misteriosamente, magicamente, “artisticamente” - perché Adriano è un artista vero, anzi un Artista Vero - s’impossessa forse non del significato delle parole di Francesco Guccini, ma sì dello spirito e del senso di quel profluvio di parole: e il momento in cui la frase “si scorda fra le pagine di un libro” è raddoppiata, cantata da una doppia voce celentana, ecco che arriva il brivido (quello che è il vero e unico segnale di emozione). Dovevo aspettarmelo, del resto: non è così anche per “Azzurro”, quando Adriano canta Paolo Conte e dà un senso emozionante a frasi come “il treno dei desideri all’incontrario va” o “cerco un po’ d’Africa in giardino fra l’oleandro e il baobab”?
Perché è così: Adriano Celentano è un interprete immenso, così come lo è Patty Pravo, e i grandissimi interpreti hanno bisogno di grandissimi autori (Mina docet) e di grandissime canzoni. Altrimenti non riescono a dare il massimo: e quando i grandissimi non possono dare il massimo, deludono al massimo. Ha un bel darsi daffare quell’impeccabile professionista che è Fio Zanotti, ha un bel confezionare arredi sonori efficaci e funzionali e felicemente ruffiani. Se le canzoni - testo e musica e voce, tutto insieme - non girano, non sono gli arrangiamenti che possono salvarle. E questo disco - “Per sempre”, il nuovo album di Adriano Celentano - non si può salvare. Se ne possono salvare alcuni momenti, quelli che abbiamo segnalato in questa lunga e assai poco natalizia recensione. Ma tre canzoni e mezza sono un po’ pochine, ne converrete. Il che non sta impedendo a questo Cd di vendere ugualmente moltissimo: perché Celentano è Celentano, come Sanremo è Sanremo. Ma impedisce a me di scrivere che questo è un buon album. E Dio sa come vorrei poter scrivere che Adriano Celentano ha fatto un album splendido. Perché di Adriano sono un estimatore e un fan (quando canta, non quando filosofeggia; quando recita in un film, non quando dirige un film - con una sola, prodigiosa eccezione: “Yuppi Du”, un capolavoro solo oggi in via di rivalutazione). E vorrei tanto che Paolo Conte gli scrivesse delle altre canzoni, e che Gino Santercole gli scrivesse delle altre canzoni (come “Una carezza in un pugno”, "Straordinariamente”, “Un bimbo sul leone”)... perché quando Adriano canta una bella canzone, ne fa una canzone indimenticabile. Quelle di “Per sempre” sono dimenticabilissime.
(Franco Zanetti)

Perché regalarlo:. Celentano è sempre Celentano, anche quando canta brutte canzoni, e quelle di questo disco non sono “tutte” brutte.
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