«IL QUINTO MONDO - Jovanotti» la recensione di Rockol

Jovanotti - IL QUINTO MONDO - la recensione

Recensione del 01 feb 2002

La recensione

Un fiume torrenziale di suoni, idee, canzoni, parole: questo è “Il quinto mondo”. Non è il patchwork informe di cui ha parlato qualcuno (non credete a quello che si sente dire in giro: “Il quinto mondo” è un bel disco) e non è una lunga predica, come ci è sembrato di capire leggendo qualcuno dei tanti articoli comparsi negli ultimi tempi sul “Lorenzo comunicatore”.
E’ un disco ambizioso, forse troppo; ma dopo tanto tempo in cui la musica ha inseguito i minimi sistemi (l’estetica del low-fi e giù di li), fa piacere vedere qualcuno che invece punta in alto.
Come ci è già capitato di dire raccontando della presentazione de “Il quinto mondo” a casa di Lorenzo, non ci si deve neanche far ingannare dal singolo “Salvami”, che c’entra poco o nulla con le altre 13 canzoni e con i restanti 70 minuti del disco, se non il fatto di essere una canzone costruita sul suono di una band essenziale (chitarra, basso e batteria).
Musicalmente, “Il quinto mondo” è un disco a due facce. Da un lato il suono di un gruppo, la potenza della sezione ritmica Saturnino/Pier Foschi e la chitarra di Riccardo Onori (che ha preso il posto di Michele Centonze). Dall’altro gli arrangiamenti, i fiati (sono per la maggior parte opera di Demo Morselli), le idee che “vestono” i brani dell’album, dando alle canzoni forme spesso complesse. Prendete “Ti sposerò”, semplice ballata country che si apre nel finale come una canzone di Burt Bacharach. O le due versioni di “Salato”, la prima un funky semplice e diretto, la seconda un’intimista bossanova orchestrata, che dà l’idea di come si può portare in direzioni opposte e diversissime un’idea iniziale comune. O ancora il torrenziale rap di “Date al diavolo un bimbo per cena”, basato su una struttura di base semplicissima e efficace, illuminata da uno stupendo (benché troppo breve) assolo di sax di Kenny Garrett.
“Il quinto mondo” è un disco che, di fatto, rifiuta l’idea classica della forma canzone; che prende le melodie, le suona e le destruttura, in alcuni casi pure troppo.
Dal punto di vista dei testi, il discorso non è dissimile. Lorenzo l’ha definito come un disco “umanista” centrato sull’uomo a tutto tondo. Non si può dare migliore definizione di quella dell’autore, ovviamente, che sapeva cosa aveva in testa e cosa voleva dire nelle canzoni. Ci limitiamo ad osservare che a canzoni tutto sommato misurate e a fuoco (la maggior parte) se ne accompagnano altre più opinabili. Così all’amore e all’intimismo (“Ti sposerò”, “Morirò d’amore”) si uniscono brani centrati sul rapporto uomo-natura (“Albero di mele”) o felici intuizioni poetiche (le due “Salato”). E’ nel campo delle parole che il discorso sui massimi sistemi mostra i suoi limiti maggiori, assumendo davvero i toni della predica universale (“Noi dobbiamo convincerli che la vita vale / Una vita soltanto più di una multinazionale”: questo il coretto femminile che caratterizza “La vita vale”, brano esplicitamente celentanesco nelle intenzioni e nello svolgimento), spesso conditi da trovate che ci paiono un po’ ingenue e comunque discutibili (questa stessa canzone si chiude con diverse voci che recitano brani tratti dalla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”).
Un’analisi del disco secondo la sequenza delle canzoni permetterà forse di “leggerlo” in maniera più comprensibile per chi non l’abbia ancora ascoltato tutto. Ci proviamo qui di seguito, a rischio di scadere nel didascalico.
Una breve introduzione di musica quasi-classica introduce la tanto chiacchierata “Salvami”, che, risentita a mente più fredda, si conferma un brano efficace e trascinante: se il famigerato distico dedicato a Oriana Fallaci non avesse attirato tutta l’attenzione dei media, ci si sarebbe accorti che il testo contiene anche spunti ampiamente condivisibili, pur nella fragile struttura ad elencazione.
Segue “Un uomo” (siamo noi i primi a scrivere, riprendendo la segnalazione verbale di un collega più attento, che la canzone ha lo stesso titolo di un libro della Fallaci? casualità o malizia?): un funkettino a tratti irritante, a dire il vero, riscattato da una interpretazione vocale amabilmente colloquiale e da un inciso-killer (“ma che bella sensazione mi dà / allentare la mia rigidità”).
“Albero di mele” - terza traccia del disco - è la versione-Jovanotti di “L’albero di trenta piani”: se per Celentano il rimpianto del verde stava nel vedere crescere un grattacielo, il bucolico Lorenzo, invitato da un sognante intro orchestrale che fa tanto colonna sonora anni Sessanta, dialoga francescanamente con il vegetale, autoaccusandosi, in quanto “uomo occidentale”, con queste parole: “ho sporcato l’acqua, e adesso pago anche per bere”. L’idea del brano è graziosa, ma - quando finisce la sorpresa - si avverte evidente una delle caratteristiche che più penalizzano l’intero album: l’incapacità, nell’ansia di dare libero sfogo alla musica e alle parole, di capire quando un pezzo ha già dato tutto, e di concluderlo; e questo avrebbe solo guadagnato da una netta scorciatura.
Invece i cinque minuti di “Ti sposerò” sembrano persino troppo brevi: la canzone è perfetta, un idillio romantico raccontato con felice leggerezza, alcune azzeccate metafore (la via di coppia come un viaggio in bicicletta, fra le fatiche delle salite e il vento in faccia delle discese) e (inconsce?) riscritture mogoliane (“Perché no”). Stupefacente il lavoro al vibrafono di Daniele Di Gregorio, divertenti le citazioni da “Mellow yellow” di Donovan nella “Marcia nuziale” di Demo Morselli, impeccabile la batteria. Semmai è la struttura della canzone che avrebbe guadagnato dalla rinuncia alle divagazioni vocali (da 3’30” a 4’01); e una terza strofa non ci sarebbe stata male.
Molto gradevole “Morirò d’amore”, cantata strascicata, quasi ragamuffin (una delle passioni di Lorenzo), con fiati rocksteady e un andamento alla Shaggy; anche qui, però, dopo tre minuti il brano perde compattezza, come se si vergognasse di attenersi alla forma-canzone (rinunciando probabilmente alle potenzialità di hit radiofonico).
Di “La vita vale” abbiamo già detto probabilmente tutto il male possibile: ingenuità e banalità si alternano a intuizioni non banali (“ho letto... che un brevetto di una medicina vale più della vita di una bambina: posso capire che così si salvaguarda il lavoro, vorrei vedere se fosse figlia loro”), ma poi si ricade nel francescanesimo (“forza venite gente”), e il coretto “cosa devo fare mammà” è francamente insopportabile, così come la lettura degli articoli della dichiarazione dei diritti dell’uomo suona velleitaria e disconnessa.
L’ecumenismo del testo di “Noi”, benché beneintenzionato, non basta a giustificare l’inclusione del brano nell’album: rime ordinate ma non ispirate, un po’ scolastiche, alle quali la voce di Lorenzo (che non possiede la drammaticità di quella di Frankie HI Energy) non conferisce lo spessore necessario; e siccome anche musicalmente la canzone non è memorabile, questi quattro minuti non aggiungono niente di speciale all’economia dell’album.
Sapori del Santana d’antan (“Abraxas” e giù di lì) in “Salato parte uno”, brano di buona costruzione che compie un evidente salto di qualità quando irrompe il rap di Carlinhos Brown (la cui voce è evidentemente più consona di quella di Jovanotti ai suoni tropicali dell’arrangiamento); sapori di Antonio Carlos Jobim nella suggestiva “Salato parte due” (“Aguas de março”, perhaps?), che Lorenzo canta sommessamente e con sentimento, indovinando alcune intuizioni liriche emozionanti (“come un vecchio professore che ha perduto la memoria... come un capello di Marley... come il viaggio in un bicchiere di una bollicina...”).
“Canzone d’amore esagerata” si apre con la vocina di Teresa, la bambina di Lorenzo, che recita una filastrocca: un peccato d’amor paterno, perdonabile (abbiamo perdonato anche Red Ronnie per Jessica), che introduce un pezzo intenso nella costruzione sonora - eccellente l’arrangiamento delle percussioni firmato da Carlinhos Brown - letteralmente ammazzato a 2’25” da uno stop che dura fino a 3’01, occupato da una salmodiante litania del “Cantico delle creature” (la faccenda si ripete da 5’09” a 5’25” e poi, con voce sintetizzata, a chiusura del brano). Senza queste interruzioni, sarebbe stato mozzafiato. Da segnalare una sorprendente riscoperta: il brano utilizza il campionamento di un brano tratto da un disco di Robert Ashley pubblicato quasi trent’anni fa nella fondamentale collana “Nova musicha” della Cramps (Carlo Rossi, coproduttore di “Il quinto mondo”, assicura che il merito della scoperta e della decisione dell’utilizzo spettano a Jovanotti).
A ritmo di guaguancò, e con una fisarmonica che suona note di forrò, è “(Storia di un) Corazòn”: vivace, rasserenante, cantata con Jarabe De Palo, è uno dei momenti di passaggio dell’album: nel senso che è più che piacevole, ma non lascia il segno.
La complessa architettura dialettica del testo di “Il quinto mondo” fatica a reggere il gioco dei parallelismi fino alla terza strofa; interessante, forse solo un filo esibizionistico, il break strumentale alla King Crimson periodo cerebrale (“Lark’s tongues in aspic” e dintorni). Dal vivo, però, il brano potrà funzionare molto bene.
Ed eccoci alla piéce de résistence: gli 11’56” di “Date al diavolo un bimbo per cena”. Se fossimo stati noi il direttore artistico e il responsabile marketing della Universal - ammesso che abbiano davvero voce in capitolo sulle scelte artistiche e di marketing di Jovanotti - avremmo tenuto questo brano fuori dall’album, e l’avremmo pubblicato a parte, magari su Cd singolo, fra qualche mese. Ci ricorda “Io se fossi Dio” di Giorgio Gaber: magmatica, contradditoria, provocatrice, sincera invettiva, che sporge fuori dal corpo dell’album come un dito medio fuori dal pugno chiuso; dodici minuti che si fa fatica - nel senso proprio della fatica mentale - ad ascoltare tutti di seguito, tanto che verso due terzi verrebbe voglia di schiacciare il tasto “pause” e prendere una boccata d’aria. Nascosti nel flusso possente delle parole ci sono concetti ed espressioni dirompenti per significato e per forma (“cerco il mio Virgilio morto di overdose, cerco la Beatrice ma oggi ha le sue cose”, “e tra un pasto e l’altro per protesta digiuno”, “credo in un solo dio madre onnipotente, creatore di chi crede e di chi non è credente”, “fila di cammelli davanti alla cruna”, “lecca quel gelato, tra un secondo viene”, “io sono la bocca io sono lo sputo”, “Dioniso ed Apollo sono i miei cugini, Pippo ed Eta Beta sono i miei padrini”, “Io sono un etrusco, sono americano”) e persino citazioni petrarchesche (“fontana di dolore, albergo d’ira”): quasi uno stream of consciousness che lascia senza fiato, e ammirati.
E dopo tanta fatica, siamo premiati da una canzone bellissima, forse in assoluto la più bella dell’intero disco (una delle due - l’altra è “Salvami” - scritta dopo l’11 settembre). S’intitola “30 modi per salvare il mondo”, ed è un sogno di fantasia punteggiato dal pianoforte very Brian Eno di Giovanni Allevi (anche la struttura del brano echeggia episodi di “Another green world”) e raccontato dagli archi arrangiati senza enfasi dallo stesso Allevi. Lorenzo canta con bella intensità e compostezza, il testo ha una puntina di veleno nella coda, ma chissà se se ne accorgeranno tutti quelli che stanno cercando di fare di Jovanotti una bandiera del pauperismo oltranzista (“Potremmo smettere da ora di vendere e di comprare, tutti con un pasto al giorno e un vestito per tutti uguale; senza meriti né colpe, senza vizi né virtù, finiremmo per star male dentro al bel pianeta blu”).
Trenta secondi di musica barocco-hollywoodiana, fra Telemann e Tiomkin, chiudono senza avere un titolo sul libretto un album pieno di tante cose, quasi tutte interessanti, molte belle, alcune coraggiose. Alcune anche questionabili (ma, come dicevano i nostri vecchi, “chi non fa non falla”), tre o quattro (a nostro parere) irritanti. Ma preferiamo un disco come “Il quinto mondo”, per raccontare compiutamente il quale ci siamo messi in due e l’abbiamo fatto senza risparmiare impegno e tempo, alla maggioranza dei dischi usciti negli ultimi mesi, che abbiamo fatto uno sforzo ad ascoltare fino in fondo: insapori e inodori, prudenti e anodini. Roba così leggerina che certo non ti resta sullo stomaco, mentre “Il quinto mondo” sembra quasi il menu di un pranzo di nozze predisposto da un cuoco meticcio in vena di stravaganze. Qualche piatto è troppo piccante, qualcun altro stucca, certi abbinamenti fra pietanza e contorno stridono, a digerire tutto si fa fatica e magari occorre l’Alka Seltzer: ma almeno ci si alza da tavola contenti di aver mangiato. Buon appetito anche a voi.
(Gianni Sibilla / Franco Zanetti)
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