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Recensioni / 31 gen 2002

Chemical Brothers - COME WITH US - la recensione

Recensione di Davide Poliani
COME WITH US
Astralwerks (CD)
Un album diverso, in linea con il percorso artistico-musicale dei Chemical Brothers che siamo abituati a conoscere ma decisamente più dance oriented e meno psichedelico di “Surrender”: con “Come with us” Tom Rowlands e Ed Simons si sono riscoperti inguaribili innamorati della dance tout court, dei suoni sintetici e della cassa in quarti di derivazione house che, negli ultimi tempi, pare stia affascinando i pezzi da novanta della scena elettronica mondiale.
La title track, piazzata all’inizio della nuova prova in studio del duo anglosassone, ne è la prova più lampante: il groove e i breakbeat ricordano (alla lontana) quella “Block rockin’ beats” che li catapultò alla ribalta mondiale; ma in “Come with us” la componente aggressiva dello stile dei “fratelli chimici” è messa decisamente in secondo piano a favore di atmosfere maggiormente ipnotiche e suggestive. Questo, almeno, si prova con in cuffia “Star guitar”, secondo singolo da questo nuovo album: l’apparente freddezza del brano (che gode comunque di proporzioni interne molto ben calibrate) viene compensata da una tessitura ritmica assai elaborata, sicuramente celebrale ma indubbiamente ballabile. Forse più audace, dal punto di vista meramente ritmico, è “My elastic eye”, che innesta loop dalle reminiscenze cinematografiche su un tappeto percussivo quanto mai vicino alle nuove istanze del garage-two step. Gradevole eccezione, in “Come with us”, sono “The state we’re in”, che (complice la voce di Beth Orton) ci riporta ai tempi in cui Tom e Ed si divertivano a giocare con le chitarre e con la tradizionale pop-rock song, e “The test”, in chiusura, dove l’ex frontman dei Verve Richard Ashcroft impone atmosfere e cadenze che possono ricordare “Let forever be”. Forse a “Come with us” mancano singoli di forte presa e di sicuro impatto; ma dire che l’ultimo lavoro dei Chemicals sia una delusione sembra eccessivo: certo, alcuni passaggi sembrano eccessivamente compiaciuti per essere stati forgiati da due veterani dei piatti (si pensi all’intro di “It began in Afrika”) e l’album, nel suo complesso, non può dirsi affascinante e sfaccettato come “Dig your own hole” o lo stesso “Surrender”. Sembra, però, che i Chemicals abbiano voluto dare una svolta alla loro produzione, concedendosi meno al grande pubblico per ricominciare da capo, occupandosi umilmente (da bravi DJ) di intrecciare ritmi e riff senza avere la pretesa di riassumere, in una manciata di canzoni, tutta la musica degli ultimi cinquant’anni. Anche se, di questi tempi, c’è chi crede di poterlo fare…