«WALKING INTO CLARKSDALE - Page & Plant» la recensione di Rockol

Page & Plant - WALKING INTO CLARKSDALE - la recensione

Recensione del 22 apr 1998

La recensione

Page & Plant atto secondo, dopo l’esperimento "No Quarter" del 1994, a metà strada tra tributo appassionato al pedigree del Dirigibile e sperimentazioni etno-world maghrebine, egiziane, celtiche e indiane. "Walking into Clarksdale" si scioglie attraverso coordinate diverse da quelle del suo predecessore, finendo per essere un album maggiormente imperniato sul patrimonio heavy-blues e rock’n’roll. Clarksdale, cittadina sulle rive del Mississippi luogo di ritrovo di musicisti e crogiolo di razze, offre l’idea di un ritorno all’età dell’oro, ad un tempo in cui la musica era pura e incorrotta. E’ un album terribilmente ‘al presente’, questo, eppure finisce per essere un involontario tributo alla nostalgia dei Led Zeppelin. Nell’album non si incontra, forse, la magia di cui si erano resi protagonisti ai tempi, Jimmy Page e Robert Plant, quanto piuttosto la si insegue, lungo e attraverso brani che si snodano come tante stanze, che l’ascoltatore visita alla ricerca di ciò che, al tempo, lo aveva reso felice. E allora ecco la voce di Robert Plant, con i suoi miagolii inconfondibili, il suo modo di scandire le parole che non conosce uguali, la sua potenza ora gentilmente tenuta sotto controllo, ma capace di liberarsi improvvisa ad aprire e a far volare un pezzo ("When the world was young", "When I was a child", "Walking into Clarksdale", "Burning up"); ecco le chitarre ferrose e caotiche di Jimmy Page, le scale egiziane che illuminavano "Presence" e "Physical graffiti" ritornare a ricomporsi sotto le sue mani, le "Sirene cittadine" di "Death wish II" affiorare nel galoppo di "Upon a golden horse", i riff ostinati e imperturbabili di "Outrider" essere messi al servizio dell’ugola smaliziata e carica di Robert Plant. Bene hanno fatto i due, a chiamarsi soltanto con i cognomi e a lasciar perdere, almeno nominalmente l’eredità pesante degli Zep: che quelli non abitano più qui. Chi conosce i precedenti tentativi di unione con cui Page e Plant avevano in alcuni momenti rischiarato le rispettive carriere soliste ("Now and zen" di Plant aveva un paio di assoli di Page, "Outrider" di Page un brano cantato da Plant) sa cosa può aspettarsi da "Walking into Clarksdale": un bel mazzo di canzoni oneste, in parte somiglianti a ciò che negli anni ’70 sarebbe potuto essere un hit, in parte legate a doppio filo a quanti, oggi, il rock lo fanno dopo averlo imparato sui dischi dei Led Zeppelin (ecco perché "Given to fly" dei Pearl Jam, pur essendo completamente diversa nelle intenzioni, finisce per assomigliare a "Goin’ to California"). Una manciata di riff taglienti e alchemici, nella migliore tradizione Page, alture gallesi e deserti marocchini nella voce di Plant. Nelle stanze di "Walking into Clarksdale" i Led Zeppelin non ci sono più: è come se fossero andati via di corsa, svegliandosi nel sonno, e precedendo di pochi secondi la vostra irruzione. I letti sono ancora caldi, il caffè è stato spento da poco, la radiolina gracchia dalla credenza: loro non ci sono, anche se potete fiutarne ancora l’odore, divino. Poche cose sanno scatenare ricordi e nostalgia come l’olfatto, e Jimmy Page e Robert Plant, l’Alchimista e il Vichingo, lo sanno bene.

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