«DEMOCRAZIA DEL MICROFONO - Piotta» la recensione di Rockol

Piotta - DEMOCRAZIA DEL MICROFONO - la recensione

Recensione del 06 lug 2000

La recensione

“Piotta è noioso quando si prende sul serio e divertente quando vuole far divertire”: lo avevamo scritto ai tempi dell’uscita del suo primo album, “Comunque vada sarà un successo”, e lo ribadiamo adesso, a un anno di distanza dalla ‘coattomania’ che l’estate scorsa aveva riempito giornali e tv di dissertazioni sociologiche sulla canotta a zanzariera e i rayban (che peraltro sono appena tornati di moda). Il Piotta potrebbe essere uno dei rapper italiani di spicco, se lasciasse tirare il vento per dove il vento tira, e cioè verso un filone trash ironico con rime brucianti e campionamenti divertenti e ballabili: per fare un esempio, dopo “La mossa del giaguaro”, che non era un pezzo male, su questo disco c’è una buona “Tequila (il mambo del Giubileo)” che si lascia ballare con leggerezza e il sorriso sulle labbra, accompagnata dal solito video divertente e ironico stavolta firmato da Marco Giusti. Il resto, però, rimane a livello di tentativo per quanto riguarda l’entertainment, mentre diventa addirittura un po’ peso, e sin troppo scheletrico in quanto a basi, sul versante ‘impegnato’ del disco. E’ che “Democrazia del microfono” svela il lato meno conosciuto del Piotta, quello in cui si rima sulle incertezze del vivere, sulla riluttante gestione del successo o dell’insuccesso, sulla propria personalità. E non è detto che nell’affrontare questi temi Piotta abbia la stessa provata fluidità dei momenti “leggeri” del disco, anzi, a dire il vero, non ce l’ha: si sbrodola un po’ addosso, invece, e le scintillanti basi funky dei momenti migliori si spengono dentro qualcosa di più anonimo e di già sentito. E’ il mondo dei veri b-boys, intendiamoci, quello che viene fuori da questo album, e quindi questo disco farà sicuramente felici gli appassionati del genere, però ciò non toglie che si tratti di un sound che relega “Democrazia del microfono” all’interno del suo ghetto, con poche possibili puntate esterne e trasversali (“Tequila”, “Balla il kung fu”, “Roma calibro 9”). E’ più che comprensibile la voglia del Piotta di togliersi di dosso l’etichetta di Supercafone, meno condivisibile quella di rendere più appannate le sue vere qualità, che sono quelle che gli permetterebbero di fare pezzi leggeri e divertenti volando alto su un paesaggio – quello hip hop italiano – da troppo tempo innamorato solo di se stesso.
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