Il rock secondo i Maneskin

Hendrix, i Police, Steven Tyler, il metal, "Despacito", le pedaliere (fino a due anni fa non sapevano neppure cosa fossero), Vasco, la strada, la trap. E poi Amanda Lear, le critiche, la censura. Zitti e buoni, parla la band del momento. L'intervista
Il rock secondo i Maneskin
Credits: Gabriele Giussani

È difficile, guardandoli, capire quanto ci sia di vero, di autentico, e quanto di costruito. Quanto questa passione profonda per il rock - nell'attitudine, nel look, nei riferimenti del loro nuovo album, "Teatro d'ira - Vol. I" - sia reale e quanto invece sia solo di facciata, un modo per apparire stravaganti ed eccentrici attraverso il contrasto tra gli artisti, i dischi e gli stili di cui parlano (roba che piace più agli zii e ai papà, che in soffitta conservano ancora i 33 giri della loro adolescenza), sottolineando con il romanesco la loro coattitude, e la loro giovane età (il più grande, il frontman Damiano David, ha 22 anni, mentre la bassista Victoria De Angelis, il chitarrista Thomas Raggi e il batterista Ethan Torchio hanno 20 anni). Teatro, appunto. Chi sono davvero i Maneskin? Cosa vogliono? Perché sono così odiati? Arriveranno lontano, dopo la vittoria a Sanremo con "Zitti e buoni"? È tutto un fuoco di paglia, uno stordimento generale? I biglietti delle quattro anteprime del tour della band nei palasport del prossimo anno, in programma il 14 e 15 dicembre a Roma e il 18 e 19 ad Assago, per dire, sono andati sold out in poche ore. Ma il pubblico mainstream ne comprenderà le aspirazioni? Oppure ad un certo punto dovranno mettere via i riffoni di chitarra per tornare a inseguire la misteriosa Marlena di "Torna a casa", la ballata che nel 2018, un anno dopo il secondo posto a "X Factor", ne consolidò il successo? "Zitti e buoni", ora parla la band del momento.

Dicono che siete l'imitazione delle rock band: come si risponde?
V: "Sticazzi. Non abbiamo nulla da dimostrare. Non saremo i Led Zeppelin, ma in giro non ci sono molti gruppi di ventenni che fanno rock oggi in Italia".
D: "Anche quando leggo che i Maneskin non sono rock io continuo a mangiare, a bere, ad andare al letto, ad avere la mia vita. E poi ce devi arrivà a esse come i Led Zeppelin. Datece tempo".

Quando avete iniziato a fare musica insieme?
D: "Tra il 2015 e il 2016. Io, Victoria e Thomas frequentavamo la stessa scuola. Non che ci conoscessimo così alla grande, però è partito tutto da lì. Ethan, invece, vagava nell'iperuranio e ad un certo punto si è materializzato dietro la nostra batteria (è cresciuto in un paesino della provincia di Frosinone ed è entrato nel gruppo dopo aver letto un annuncio sui social, ndr)".

Qual era, la scuola?
D: "Largo Oriani del plesso Manzoni, a Monteverde Vecchio. Di fronte all'entrata San Pancrazio di Villa Pamphilj, se ce voi annà...".
V: "Il giorno dopo la vittoria a Sanremo i nostri vecchi prof hanno pubblicato un post sul sito per farci i complimenti: quando si ha qualcosa da dire non bisogna stare 'Zitti e buoni'".

Musicisti in famiglia?
D: "Manco pe' scherzo. I miei genitori sono entrambi assistenti di volo".
E: "Le mie sorelle gemelle suonicchiavano un pochino il piano da piccole...".
V: "Mio padre ascolta 'Despacito' e i Maneskin da cinque anni. Invece il papà di Thomas è un metallaro".

Metallaro?
D: "Sì, faceva il giornalista".
T: "No, no, faceva delle foto nel backstage, gliele pubblicava una rivista, Metal Shock. Niente di serio. Però è stato lui a trasmettermi la passione per la musica attraverso vinili, cd e concerti, dagli Iron Maiden agli Anthrax, passando per i Metallica".

E chi è il tuo chitarrista preferito nella storia del pop-rock?
T: "Ne ascolto un sacco: Kirk Hammett, Slash, mostri sacri come Clapton. Ma direi il solito Hendrix: è quello che mi ha influenzato di più, anche nell'approccio".

Ethan, il tuo batterista preferito?
E: "Stewart Copeland dei Police, senza dubbio. Ho preso tanto spunto da lui. Soprattutto negli anni intensi dello studio, quando il lavoro non occupava ancora tanto tempo. I Police, passatemi il termine, me li sono proprio squagliati. So riconoscere ogni canzone in due secondi".

E Victoria?
V: "Per il modo di suonare direi che il mio bassista preferito è Nick O'Malley degli Arctic Monkeys. Del suo stile mi piacciono moltissimo i temi di basso che sembrano quasi cantare. E poi come icona Kim Gordon, bassista rock donna dei Sonic Youth".

Damiano, il tuo frontman preferito?
D: "Ce ne sono tanti, per vocalità e presenza scenica. Ma forse quello che mi entusiasmo di più a vedere e a sentire è Steven Tyler. Una versatilità pazzesca: passa dal pezzo con i Run DMC a una ballatona come 'Hole in my soul'. Ed è sempre figo e credibile".

Continuate a studiare, a prendere lezioni?
E: "Noi lo studio del nostro strumento non lo abbiamo mai mollato, in questi tre anni. Anche perché non si smette mai di imparare: è una delle prime lezioni che fai tue quando la musica diventa anche un lavoro".
V: "Rispetto al passato lo abbiamo preso anche con più serietà. Quando registrammo il primo disco avevamo 17 anni ed eravamo appena usciti da 'X Factor'. Non c'era stato modo di dire: adesso prendiamo lezioni, studiamo la pedaliera, come funziona, cosa possiamo fare per avere suoni più fighi. Non sapevamo neppure cosa fossero, le pedaliere. In questi due anni abbiamo recuperato. Oggi abbiamo pedaliere enormi".
T: "Abbiamo dedicato del tempo allo studio, anche del suono. Credo si senta. Ci siamo guardati e detti: mettiamoci del nostro".

Siete passati dai ritmi latini, i fiati e l'autotune del duetto con Vegas Jones de "Il ballo della vita" al suono dei power trio Anni '70: "Teatro d'ira - Vol. I" cos'è, il vostro "La fabbrica di plastica"?
D: "No, non rinneghiamo quello che abbiamo fatto prima. Semplicemente, all'epoca eravamo nel pieno del flusso di 'X Factor' e scrivemmo quel disco sull'onda dell'entusiasmo, utilizzando tutto quello che avevamo a disposizione: non avevamo avuto modo di uscire fuori dalla centrifuga mediatica, riprenderci e dedicare il giusto tempo all'album".
V: "Eravamo più piccoli e inesperti.

Ci si parò davanti questo mondo enorme. Avevamo molti mezzi a disposizione, per cui ad un certo punto dicevamo: regà, qui proviamo a metterci i fiati e i violini, vediamo come ci stanno. E alla fine ce li lasciavamo".
D: "Utilizzammo tutto quello che avevamo a disposizione. Era davvero: mettemoce le trombe, i violini, famo i cori, er pezzo mezzo trap, mezzo spagnolo. Buttammo tutto nel calderone".

È stata una vostra scelta quella di puntare su un suono più grezzo, stavolta?
V: "Sì: il nostro sound è questo. Ci siamo detti: scriviamo delle parti che reggano anche live, suonate solo da noi tre".
D: "Niente sovraincisioni. Anche sulla voce non ci sono cori, doppie o cose del genere".
E: "Non ci siamo imposti limitazioni sulle durate, sulle strutture e sul linguaggio.

In studio abbiamo portato la nostra natura. Noi nasciamo live, continueremo a vivere live e moriremo live. Siamo partiti dalla strada, da via del Corso, e per noi è stata anche una scuola: lì il pubblico te lo devi conquistare in qualche modo".
V: "A Londra (si sono trasferiti lì per un periodo nel 2019, alla ricerca di nuove esperienze e linfa creativa, ndr) le band che suonavano rock nei club ci hanno fatto aprire gli occhi. Volevamo riportare in auge il trio analogico, far suonare bene i singoli strumenti. Anche per questo abbiamo deciso di registrare il disco al Mulino: c'è stato un grosso lavoro nella scelta dei suoni, nell'amplificazione. Abbiamo usato un banco analogico, amplificatori a valvola".

Lo fate perché fa figo o perché effettivamente i dischi registrati così suonano meglio?
V: "Penso che non serva nemmeno spiegarlo: il suono è completamente diverso. C'è un'enorme differenza tra registrare con banchi analogici e amplificatori a valvola e usare chitarre collegate al computer...".

Come fanno i vostri coetanei. Ma non vi sentite fuori moda a fare un disco del genere?
D: "La rifacciamo, la moda. Il nostro obiettivo è quello. Sarebbe troppo facile inseguire la tendenza del momento: bisogna crearla".
V: "Molti nostri coetanei, ma anche ragazzi più piccoli, questo genere non lo hanno vissuto e non c'è nessuno della loro età che glielo faccia scoprire. È tutto nuovo e inesplorato. Noi siamo la dimostrazione che questo genere può essere apprezzato anche dal grande pubblico che magari fino ad oggi non ha mai avuto modo di confrontarsi con certi suoni".

Come nasce un pezzo dei Maneskin?
T: "Non c'è una formula fissa. A volte partiamo da un giro di basso figo di Victoria, altre volte da un groove di batteria, altre volte ancora da una melodia cantata da Damiano o da un riff di chitarra. Ci ispiriamo tanto a vicenda. Nessuno comanda, qui".
D: "'Coraline' è nata in una stanza d'albergo. Eravamo io e Thomas. Lui ci ha messo la chitarra, io l'idea del ritornello, che abbiamo poi sviluppato insieme agli altri. 'In nome del padre' è nato da una jam di loro tre in studio: io quel giorno non mi sono presentato perché stavo male. Mi hanno inviato il file e io ci ho scritto sopra il testo, ispirato da uno sfogo. Non c'è niente di blasfemo: raccontiamo che per noi la musica è una religione".
V: "In 'I wanna be your slave' e 'For your love' si sentono le suggestioni del periodo londinese".
D: "A proposito, siamo stati cercati da una band britannica, gli Struts: uscirà a breve un pezzo che abbiamo inciso insieme e poi li accompagneremo in tour".

Come convincere un ventenne in fissa con la trap ad ascoltare l'album dei Maneskin?
D: "L'altro giorno mi ha fermato un ragazzino con il borsello a tracolla e la tuta. Non proprio un rockettaro. Mi ha chiesto una foto (ride)".

In compenso Vasco a Sanremo ha fatto il tifo per voi: come avete reagito quando ha condiviso il video della vostra esibizione sui suoi social?
D: "È stata una sorpresa inaspettata. La nostra manager è arrivata verso di noi correndo, con il cellulare in mano: 'Vasco ci ha ripostatooo!'".

Perché chi ascolta il rock anglofono di fronte a Vasco solitamente storce il naso?
D: "Troppo facile dire: bravo, ma non sono i Led Zeppelin, i Deep Purple... Ha fatto il concerto con il maggior numero di paganti della storia".
T: "È l'emblema del rock italiano. Un mostro sacro, una leggenda. E poi con quella band. Merita rispetto".

L'odio nei vostri confronti, invece, come ve lo spiegate?
D: "Se uno è scarso, nessuno ha da ridire. Invece quando uno è forte, partono le critiche. Medaglie al valore".

Gli abiti eccentrici che sfoggiate sui social, che avete indossato a Sanremo e che indossate anche sulla copertina dell'album cosa c'entrano con la musica?
D: "Fanno parte del nostro messaggio".

E qual è?
D: "Vogliamo creare una discussione. Bisogna armarsi di coraggio e sbattersene delle critiche. Più persone si libereranno e meno persone, di conseguenza, potranno criticare. C'è bisogno di una normalizzazione della diversità. Che sia di vestiario, di orientamento sessuale, di idee religiose. Bisogna rieducare al vivere in comunità, con altre persone. Accettare le idee degli altri e non sentirsi per forza offesi se qualcuno la pensa diversamente. Nessuno ha la verità in tasca. Dovremmo tutti essere più aperti al dialogo, al confronto. Dire: non lo capisco, ma lo accetto e lo rispetto perché tu hai un'esperienza diversa dalla mia".

Ha ragione Achille Lauro quando dice che la musica può aiutare in questo?
D: "Sì. D'altronde la musica è storicamente uno strumento comunicativo estremamente potente. I social fanno il resto. Se un artista lì è bravo a veicolare il proprio messaggio con i post, oltre che con la musica, può davvero farlo arrivare a una mole importante di gente. Creando una discussione, appunto. È dal dialogo che nasce il progresso".
V: "Certo, noi artisti siamo privilegiati, perché un conto è indossare dei costumi di scena su un palco e un conto è poi farlo nella vita di tutti i giorni. Siamo consapevoli che le discriminazioni che proviamo noi sono ben differenti da quelle che provano i ragazzi là fuori. Quello che possiamo fare è semplicemente lanciare messaggi positivi".

"Troppe notti stavo chiuso fuori / Mo' li prendo a calci 'sti portoni", canti in "Zitti e buoni". Cerchi una street credibility, Damiano?
D: "Non parlo di vita di strada. A casa non c'ero mai perché stavo sempre per strada a inseguire il sogno di fare il musicista, mica a fare i crimini. Al massimo a 16 anni andavo a ballare e facevo un po' di danni, le classiche stronzate che si fanno a quell'età. Ma sono perfettamente incensurato. Non ho bisogno di inventare storie per avere una street credibility".

Perché?
D: "Perché nella vita faccio il cantante: semmai, devo avere una music credibility. Non sono mai stato uno di quei criminalotti. Ho avuto una famiglia che mi ha tenuto al riparo dagli ambienti malsani. E incanalavo la mia energia nella musica o nella pallacanestro".

Federico Fiumani dei Diaframma e Gianni Maroccolo su Facebook nella settimana del Festival hanno avuto da ridire sulla cover di "Amandoti" dei CCCP, accusandovi di aver cambiato un verso e di aver stravolto il significato del testo di Ferretti ("Ma la vita è la mia" anziché "È la vita, la mia"): avete letto i loro post?
V: "No. Ognuno ha i propri gusti e un legame particolare con un determinato brano. Noi non volevamo fare il compitino, ma metterci del nostro".
D: "Le critiche fanno parte del gioco".

Cosa è successo con Amanda Lear?
V: "Appena abbiamo scelto il brano dei CCCP abbiamo pensato subito a Manuel. Non solo perché a livello musicale ci sembrava perfetto, ma anche in virtù del nostro rapporto (fu loro mentore a 'X Factor', ndr). Poi abbiamo pensato che sarebbe stato figo un cameo finale di un'icona come Amanda. Ma la cosa non è andata in porto, come ha spiegato anche lei. Si sarebbe trattato, però, solo di un cameo".

Giovanni Lindo Ferretti lo avete chiamato?
D: "No, non c'è stata occasione".

Cos'è il rock per voi?
D: "Avere un'identità, portarla nel mercato mainstream e mantenerla. Fare un disco come 'Teatro d'ira - Vol. I', andare a Sanremo con un pezzo come 'Zitti e buoni' e vincere. Se non è rock questo... Oppure devo per forza staccare la testa ai pipistrelli?".

E farsi censurare dagli organizzatori dell'Eurovision Song Contest il testo di "Zitti e buoni" per via delle parolacce è rock, invece?
D: "Siamo ribelli, ma non scemi. Abbiamo pensato che fosse più importante partecipare che tenere parole come 'coglioni' o 'cazzo'. Sarebbe stato presuntuoso dire: o mi tieni le parolacce o non partecipo. Rappresentare l'Italia all'Eurovision con un pezzo del genere, però, è una cosa rock. E ne andiamo orgogliosi".

Canterete in italiano, quindi?
D: "Sì, per forza. Se dobbiamo rappresentare l'Italia...".

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