Un pomeriggio in studio con Coez, ad ascoltare il nuovo album

Un pomeriggio in studio con Coez, ad ascoltare il nuovo album

Arriva in studio con appena due minuti di ritardo, scusandosi: "Ho lasciato l'adattatore audio a casa, sono entrato in un negozio di elettronica, il tizio mi ha detto che li aveva terminati, poi ha aperto un cassetto e ne ha trovato uno. Sculata vera", sorride. Collega il cellulare al mixer, ma qualcosa non funziona: la traccia non parte. Lui gira pazientemente l'adattatore, cercando di far partire il contatto. A pensarci bene, la carriera di Coez è stata tutta un continuo provare e riprovare, girare e rigirare, fino a quando non è andata a segno la canzone che si è portata dietro la sua intera discografia: "Faccio un casino", nel 2017, ha rappresentato per Coez il disco della consacrazione, quello con il quale il cantautorapper romano ha cominciato a raccogliere una quantità di consensi importanti, per quanto fosse già molto solida la schiera di fan che lo seguivano dai tempi dei Circolo Vizioso e dei Brokenspeakers (i gruppi con i quali ha cominciato a muovere i suoi primi passi nella scena hip hop capitolina, nei primi anni Duemila). Ora, a due anni di distanza, Silvano Albanese - questo il suo vero nome - torna con un nuovo album, "È sempre bello", da oggi nei negozi (leggi qui la nostra recensione): lo abbiamo ascoltato e commentato insieme a lui in un piccolo studio di registrazione in zona Portuense, a Roma, qualche giorno prima dell'uscita.

"Ti va di uscire con me? / Non te l'ho mai chiesto prima perché / Un po' pensavo che eri piccola e di che parliamo / Dai, ci può stare": a forza di girare, alla fine il jack si connette e parte automaticamente il pezzo che Coez stava forse ascoltando in macchina prima di arrivare in studio. Il timbro sembra il suo, leggermente sabbiato, e le atmosfere acustiche della canzone ricordano un po' il primo Vasco e un po' certe cose di Rino Gaetano: "Ma non sono io", dice lui, stoppando il cellulare, "è Dola, un cantautore della mia etichetta". Anche nel suo disco, però, assicura Coez, c'è molto di Vasco, da sempre uno dei suoi chiodi fissi: "In questo la sua influenza si sente più che negli altri dischi. Con Niccolò ci escono fuori sempre riferimenti di roba italiana che ci piacciono".

La copertina di "È sempre bello"

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Niccolò è ovviamente Niccolò Contessa, il "padre" - con il suo progetto I Cani - dell'indie pop made in Roma, che è tornato a lavorare con Silvano dopo averlo già affiancato come direttore artistico per "Faccio un casino". La collaborazione tra i due, racconta Coez, si è rinnovata in maniera molto naturale e spontanea: "Sono entrato in studio ad aprile, la prima pausa l'abbiamo avuta durante il periodo del Primo Maggio. In dieci giorni avevamo già buttato giù cinque o sei scheletri di pezzi. Niccolò mi ha accelerato il processo di scrittura. Rispetto agli altri dischi, dove io ero sempre fisicamente presente in studio dalle fasi iniziali fino al mixaggio, stavolta ci sono stati dei momenti in cui io ero in tour e lui per non perdere tempo a volte veniva a lavorare anche da solo. Tornavo e il pezzo era tutta un'altra cosa rispetto a come io l'avevo immaginato. Se avevo dubbi su alcune cose mi rassicurava, mi tranquillizzava. Alla fine è quello che dovrebbe fare il produttore. Puoi andare da uno bravo, che conosce i suoni, sa suonare gli strumenti, ma il rapporto che si instaura tra cantante e produttore deve essere prima di tutto un rapporto di stima e fiducia reciproca".

Coez e Niccolò Contessa in studio:

L'eco dello stile di Vasco aleggia già nel primo pezzo del disco, "Mal di gola", una ballata con un giro di chitarra iniziale che ricorda non poco l'intro di "Siamo solo noi": "Mi sveglia il mal di gola / ho tanta rabbia da sputarti in bocca / fredde le lenzuola / sotto a chi tocca / tutto è bene quel che finisce / anche se non bene / basta che finisce", canta Coez nella prima strofa. "Ho fatto il tour invernale di 'Faccio un casino' in condizioni assurde, tra mal di gola, laringite e strappi alle corde vocali", ricorda, "i dischi, per me, sono in qualche modo dei diari di quello che ti è successo nell'anno in cui li vivevi. Poi nel giorno in cui li scrivi è come chiudere il capitolo. Quando ho scritto la prima barra di 'Mal di gola', anche se il disco ancora non c'era, mi sono detto: 'Voglio che cominci così'".

I dischi, per me, sono in qualche modo dei diari di quello che ti è successo nell'anno in cui li vivevi. Poi nel giorno in cui li scrivi è come chiudere il capitolo.

Skippa la seconda traccia, "È sempre bello", il primo singolo estratto dal disco, uscito lo scorso gennaio e presentato a sorpresa con due eventi a Roma e Milano, e passa direttamente al terzo brano in ordine di tracklist, "Catene": "Uno di quelli che mi piacciono di più", dice. Il motivo lo si intuisce ascoltando la canzone: a livello di stile, qui Coez sembra essere riuscito a unire piuttosto bene i suoi trascorsi rap con il suo presente da cantautore. Nel testo passa in rassegna tutte le situazioni che proprio non gli vanno giù: l'odio ("non vi fa bene"), la polizia, il matrimonio ("basta che mi vuoi bene"). "Ho provato a mantenere lo swag delle mie cose hip hop ma senza snaturare il contenuto della canzone. Il testo è universale: se strappi una frase e la scrivi su un muro, la capisce chiunque", commenta lui, "la cosa del rap che a me sta un po' stretta, come dico spesso, è che i testi dei rapper sono sempre molto egoriferiti e lo stile con cui dicono certe cose può essere compreso solo da un certo tipo di pubblico". Per far capire meglio quello che vuole dire prende come esempio un pezzo dei Brokenspeakers, il suo vecchio gruppo: "In 'Anthem' c'è un verso in cui diciamo: 'E a chi pensava a una rinuncia / casse rotte suona ancora forte sul boom cha'. Ma che vuol dire? Non è per sminuire, a me quella cosa piace, ma così non mandi un messaggio 'aperto', che è quello che volevo fare io qui".

In un verso di "Catene" Coez riflette sul successo arrivato finalmente nella sua carriera con "Faccio un casino", quando forse non ci sperava nemmeno più: "Ho alzato un gran casino / e dopo tutto 'sto casino come mai non sto bene?", si domanda. "Molti artisti che a un certo punto riescono ad avere quel tipo di successo che hanno sempre sognato, alla fine non riescono a gestirlo", riflette, "quando realizzi tutti i sogni, tutto quello per cui hai sempre lottato, quando sei stato abituato a prendere porte sbattute in faccia...". Si ferma, cercando le parole giuste per continuare: "Non voglio fare la vittima, ma nel mio caso la cosa che non avevo calcolato era come prendere un 'sì'".

Il boom di "Faccio un casino", in effetti, è stato inaspettato e ha rischiato di travolgere Silvano: "C'è stato un periodo in cui mi sono dovuto adeguare, capire quello che stava succedendo. La gente intorno cambia, ma tu devi restare comunque solido. È durato per qualche mese. Le cose le scrivi dopo che le hai superate, quando ci sei dentro non te ne rendi conto. Io quando stavo dentro quella fase ero molto più irascibile verso gli altri, non pensavo a un problema che fosse solo mio. Il fatto di avere una personalità formata (sono dell'83, ho 35 anni) e i tanti anni di gavetta mi hanno aiutato parecchio".

C'è stato un periodo in cui mi sono dovuto adeguare, capire quello che stava succedendo. La gente intorno cambia, ma tu devi restare comunque solido.

Intanto fa partire la quarta traccia, "Domenica", in cui torna Vasco, con quel "t'immagini se fosse sempre domenica" nella testa e nella penna. Nei cori si sente la voce di Contessa: "Li abbiamo fatti insieme, piazzati davanti al microfono. Mi ricordano un po', con le dovute distanze, qualcosa di Battisti. Sul primo provino Niccolò si sentiva tanto, ma alla fine ha preferito abbassare la sua voce". Il mood della canzone è molto eighties, tra synthwave e suoni elettronici, il mondo sonoro di riferimento de I Cani: "Stavo andando a casa di Niccolò ascoltando 'T'immagini' di Vasco e quando sono arrivato mi ha fatto ascoltare questo beat molto eighties, 'da macchina'. A me era rimasta in testa quella roba della domenica e quindi è venuta fuori questa canzone. C'è la citazione di Vasco, ma stilisticamente parlando questo pezzo è poco Vasco: lui è sempre più rock, più aggressivo. Questo pezzo è un revival di tante cose diverse: a livello di mood somiglia a 'Domenica bestiale', lo special mi sembra 'Girls just wanna have fun'". Dovrebbe essere il prossimo singolo estratto dal disco: "È un pezzo outsider. Lo abbiamo scritto tre mesi dopo l'uscita di 'Faccio un casino' e ce lo siamo tenuti in canna. Ci eravamo detti: 'Appena si sgonfia un po' la situazione la facciamo uscire'. Ma la situazione non si è mai sgonfiata (ride)".

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A metà disco arriva "Fuori di me", che è forse la canzone più cruda del gruppo: qui Coez racconta il suo lato oscuro, tra coltelli, incubi e sputi sugli specchi. "È un pezzo vecchio, sinceramente neanche ricordo più il motivo per cui ero incazzato", dice lui, grattandosi la fronte, "ci sono dei momenti in cui i nodi arrivano al pettine, giorni in cui magari ti va tutto male. Provi un misto tra rancore e altri sentimenti, esci e cominci a camminare. E quando dopo aver camminato sul dolore tutto il giorno torni a casa, in qualche modo ti sei autoplacato senza aver fatto chissà che". Non è la prima volta che usa immagini così forti per raccontare i suoi sentimenti: "Noi - mi sento di parlare anche per altri colleghi - quando dobbiamo descrivere una sensazione, se quello che viviamo è 10, dobbiamo raccontare 100, per far arrivare al pubblico una cosa forte. Il sentimento, per come la vedo io, deve essere sempre estremo. Forse questa è un'altra cosa che mi ha lasciato il rap, dove con le parole ci permettiamo qualcosa in più, giusto o sbagliato che sia". Nata durante le sessions di "Faccio un casino", "Fuori di me" era rimasta fuori dal disco del 2017: "Però quel provino era tutta un'altra cosa. Lo abbiamo recuperato e abbiamo cercato di farlo avvicinare a questo disco, a livello di sound".

Il sentimento, per come la vedo io, deve essere sempre estremo. Forse questa è un'altra cosa che mi ha lasciato il rap, dove con le parole ci permettiamo qualcosa in più, giusto o sbagliato che sia.

"Questa sarà un singolo", anticipa Silvano prima di far partire la sesta traccia del disco, "La tua canzone", che dopo la cupezza di "Fuori di me" ci riporta in territori più spensierati e solari. A una frase spiazzate come "amare te è facile, come odiare la polizia", il cantautorapper fa seguire una dedica amorevole: "Sai le canzoni non vanno mai via / questa è la tua, sarà sempre qua / per quando la vorrai, per quando m'odierai", canta a tutta voce nel ritornello. Coez fa notare che in questo disco, rispetto ai precedenti, ha voluto usare molte più chitarre e rendere centrale il suono della sei corde, come suggeriscono anche le strofe di "La tua canzone": "Ci sono stato poco sulla chitarra, l'ho sempre sempre usata solo come uno strumento di arricchimento. Prima di entrare in studio, nel 2017, ho ascoltato un sacco di roba chitarristica. King Krule, ad esempio, di ci sono super fan. Così su questo disco qui, accanto ai sintetizzatori e alla batteria elettronica, mi sono detto di provare a usare le chitarre in maniera diversa. Quando abbiamo cominciato a registrare ho detto a Niccolò: 'Va' a pija la chitara'. A me lui piace sempre, ma qui mi ha dato un vestito nuovo. So che da qualche anno le radio ce l'hanno un po' con le chitarre, ma per me non moriranno mai, sono tra quelle cose che restano universali".

Con "Gratis" entriamo nella seconda parte dell'album. Tornano echi degli anni '80, con una linea di synth che ricorda non poco "Reality", la canzone del film cult "Il tempo delle mele", ma poi si inserisce la voce grave di Coez: "Siamo in isolamento / ma con un'isola dentro", canta. È una delle frasi che ha scelto per i manifesti che hanno tappezzato le strade di Roma e Milano prima dell'annuncio del disco, con una campagna di guerrilla marketing che è stata svelata solamente a ridosso dell'uscita di "È sempre bello". Dopo un ritornello pop la base si svuota e lascia posto all'hip hop: "Questo pezzo è meno 'canzone' rispetto agli altri brani, è l'unico in cui rappo davvero. È una traccia abbastanza frescona, ma ci sta", commenta, "ho fatto delle cose del genere anche in passato, tipo 'Instagrammo' [il singolo con Gemitaiz e MadMan uscito nel 2014, ndr]. Nei miei dischi metto sempre qualcosa che tira un po' indietro. E poi sono sicuro che dal vivo piacerà un botto".

A proposito di featuring: terminata la promozione di "Faccio un casino" Coez non è rimasto con le mani in mano. In molti lo hanno cercato per registrare un pezzo insieme, riconoscendogli lo status di "golden boy" del rap italiano conquistato con il successo del disco, e lui non si è tirato indietro: da MadMan ("Centro") a Frenetik&Orang3 ("Migliore di me"), passando per Noyz Narcos ("Sputapalline"), Gemitaiz ("Davide"), Carl Brave ("Parco Gondar"), i CorVeleno ("Conta su di me" e "Una rima, una jam") e Salmo ("Sparare alla luna"). "Voglio un attimo smettere di fare tutti questi featuring", sbuffa, "vengo da un mondo dove le cose succedono se devono succedere". Ma in pentola bollono già da un po' altre collaborazioni, alcune anche piuttosto importanti. Come quella con Gianna Nannini: "È stata una cosa piuttosto violenta. Un giorno mi ha chiamato: 'Vieni a Londra'. Io stavo già andando lì per conto mio, così mi ha chiesto di restare un giorno in più. Abbiamo lavorato a un paio di pezzi che però non abbiamo ancora finalizzato", rivela Coez, "la stimo molto e l'ho vista molto ferrata sulle nuove leve. Non fa un featuring da tanto, e quando ne ha fatti... Sbom!". "Però, ecco, bisognerebbe trovare un punto d'incontro", taglia corto, prima di passare all'ottava traccia dell'album.

Coez con Gianna Nannini a Londra:

"Ninna nanna" è il vero gioiellino del disco. Si apre con un giro di chitarra distorta che ricorda un po' l'inizio di "Migliore di me", il pezzo con Frenetik&Orang3 uscito lo scorso anno: "Ma non c'entra proprio niente", garantisce Coez. E infatti quando comincia a cantare, la canzone va da tutt'altra parte: "Polvere di stelle / mille caramelle / mille come mille bolle blu / blu come le mille bolle / bolle blu". È una filastrocca a metà strada tra una "Buonanotte fiorellino" 3.0 e "Dormi dormi" di Vasco (ancora lui): "Io penso che quei riferimenti uno ce li ha dentro, ormai. Se non ci fosse stato Vasco la musica italiana sarebbe stata diversa. Un po' come i Beatles per la musica mondiale". Le atmosfere sono decisamente lo-fi, quasi grunge, con una chitarra elettrica nuda e grezza ad accompagnare la voce del cantautorapper: "Secondo take e via. Poi abbiamo giusto un po' distorto la voce e la chitarra", racconta.

Se non ci fosse stato Vasco la musica italiana sarebbe stata diversa. Un po' come i Beatles per la musica mondiale.

Il tempo a nostra disposizione stringe: "Mancano gli ultimi due pezzi", dice Coez, "uno è molto vaschiano, l'altro è il più bello del disco". Alla fine decide di farceli ascoltare entrambi. "Vai con Dio" in effetti strizza parecchio l'occhio al Vasco degli anni '80, soprattutto a quello di "Cosa succede in città" (ma nel testo cita anche "Disperato erotico stomp" di Lucio Dalla: "Se ti hanno visto bere a una fontana, ero io"): "Quando m'hai detto che mi pensavi con gli occhiali / io ti ho chiesto se mi pensavi con le mani". Il doppio senso è voluto, come lascia intendere la risata beffarda di Silvano alla fine del pezzo: "In questo disco, più che negli altri, ho voluto infilarci dentro un po' di roba sul sesso. Penso a certe canzoni di Vasco, come 'Brava': 'Certo eri brava però a fare l'amore, lo ricordo bene'. L'amore spesso è legato anche a quello: quando finisce una storia carnale, dove le cose andavano bene sotto le lenzuola, è difficile separarsi (ride). Può sembrare sminuente, ma è raro trovare una cosa così forte".

Arriva l'ultima canzone e Coez si tira su il cappuccio della felpa. "Aeroplani" è forse il pezzo più personale del disco, con un testo che vede Silvano mettere in fila alcuni ricordi d'infanzia. Come quando da ragazzino passava il tempo a salutare gli aeroplani sul tetto del palazzo in cui viveva: "Mia madre mi chiedeva di non essere cattivo / e io pensavo che in fondo non avrei avuto il motivo", canta. "Ci sono delle canzoni che io chiamo pezzi-contenitori, ognuno ci mette dentro quello che vuole, non scendono mai nello specifico", spiega, "non so spiegare bene di cosa parla questa canzone, o forse sì". Alla fine del disco si sente il rumore di un aereo che decolla: "Sono un amante dei viaggi e alla fine questo disco è un viaggio". Le tonalità si fanno minori, con un retrogusto amaro e nostalgico. Il finale è un po' drammatico: "Ma neanche tanto, dai", ironizza Coez alla fine della chiacchierata.
Spoiler: l'aereo non casca.

di Mattia Marzi

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