«È SEMPRE BELLO - Coez» la recensione di Rockol

Coez fa pace con il passato e inaugura un nuovo capitolo della sua carriera: la recensione di 'È sempre bello'

Due anni dopo "Faccio un casino", con quel successo arrivato quando lui non ci credeva nemmeno più e che ha rischiato di travolgerlo, Coez torna con un nuovo album interamente prodotto da Niccolò Contessa (I Cani). E chiude cerchi aperti dieci anni fa.

Recensione del 28 mar 2019 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Gli strascichi del lunghissimo tour legato a "Faccio un casino", che lo ha logorato fisicamente e psicologicamente, con quel successo arrivato quando lui non ci credeva forse nemmeno più e che ha rischiato di travolgerlo. Le nuvole che si diradano e lasciano filtrare i raggi di sole, tanto brillanti quanto i Dischi d'oro e di platino che ha collezionato grazie all'album del 2017. Le ferite del passato che sembrano essersi ormai rimarginate, gli scheletri nell'armadio che non danno più fastidio, i ricordi d'infanzia che sono lì a ricordargli la sua storia tormentata e burrascosa. "È sempre bello" (lo abbiamo ascoltato in studio insieme a lui: leggi qui il racconto) rappresenta per Coez un modo per chiudere certi cerchi aperti dieci anni fa con "Figlio di nessuno", il suo primo album solista, quando giocava ancora a fare il rapper duro e spietato nei Brokenspeakers, una delle crew più rispettate dai seguaci della scena hip hop capitolina. Il ragazzo problematico di ieri ha lasciato il posto a un uomo maturo, che a 35 anni - dopo aver ottenuto finalmente quello per cui aveva sempre lottato - fa pace con il passato e inaugura un nuovo capitolo della sua carriera.

Se "Faccio un casino" somigliava più a un mixtape che a un album vero e proprio, questo disco (che segna il suo rientro in Carosello, la stessa etichetta che aveva pubblicato "Non erano fiori" nel 2013 e il successivo "Niente che non va") è stato concepito e lavorato come tale: anziché raccogliere tracce registrate con produttori diversi in momenti diversi, come era appunto successo con l'album di due anni fa, Coez stavolta ha lavorato con un unico produttore. La collaborazione con Niccolò Contessa - il padre, con il suo progetto I Cani, dell'itpop made in Roma - si è rinnovata in maniera piuttosto naturale dopo il successo di "Faccio un casino" e "La musica non c'è": le lavorazioni di "È sempre bello" hanno visto i due lavorare gomito a gomito, alla vecchia maniera, avendo sempre in mente che quello che stavano facendo era un album. Una scelta quasi anacronistica, nell'era dei dischi pensati come playlist.

"È sempre bello" è forse l'album che somiglia di più a Coez, a livello di umore; lui, che nell'intro di un suo vecchio mixtape - poi "rispolverato" per la prima traccia di "Faccio un casino" - cantava i suoi disturbi bipolari, qui racconta tanto i suoi lati chiari quanto i suoi lati oscuri: c'è il sole che rende bella pure una città solitamente grigia come Milano ("È sempre bello", il primo singolo), ci sono le domeniche spensierate in cui scrollare le spalle, tirare giù il finestrino e farsi passare il vento tra i capelli, con il sorriso sulle labbra in direzione mare ("Domenica", con il "t'immagini se fosse sempre domenica" di Vasco nella testa e nella penna), ci sono mazzi di fiori sui sedili ("La tua canzone", che potrebbe essere uno dei prossimi singoli); ma ci sono anche nodi in gola da sciogliere ("Mal di gola"), coltelli da usare e sputi sugli specchi ("Fuori di me"), i ricordi di un'infanzia minata dai continui traslochi e dall'assenza di punti di riferimento ("Aeroplani").

Il tocco di Contessa si sente soprattutto nei pezzi più "up" del disco, quelli caratterizzati da suoni più elettronici e sintetici, molto eighties, il mondo sonoro di riferimento dei Cani per intenderci ("Gratis", che si apre con una linea di synth che ricorda non poco l'intro di "Reality", la canzone del film cult "Il tempo delle mele"; oppure "Vai con Dio", che invece richiama il Vasco di metà anni '80). Ma il suono del disco è tutto sommato abbastanza omogeneo e prova a sdoganare le chitarre nell'itpop, che in fin dei conti è di fatto il nuovo pop italiano: le sei corde sono sempre in primo piano, a rendere onore ad alcuni recenti ascolti di Coez, King Krule su tutti (è evidente soprattutto in "Mal di gola", "La tua canzone" e "Ninna nanna", che è il vero gioiellino dell'album, una "Buonanotte fiorellino" in versione quasi grunge).

Dopo aver giocato con "Faccio un casino" a esagerare i due poli opposti, il rapper e il cantautore, qui Coez prova a unirli di nuovo, riprendendo per certi versi il discorso già avviato nel 2013 con "Non erano fiori", l'album prodotto da Riccardo Sinigallia che ha segnato uno spartiacque nella sua carriera. Stavolta, però, porta tutto a un livello superiore, una dimensione in cui le due identità si sovrappongono e i muri che fino a poco fa separavano il rap e la canzone scompaiono. Un po' come l'aeroplano alla fine del disco, che alzandosi in volo scompare dai radar e fa perdere le sue tracce, puntando verso lidi sconosciuti: il passato alle spalle, un capitolo nuovo, tutto da scrivere.

TRACKLIST

01. Mal di gola (02:51)
02. È sempre bello (03:23)
03. Catene (02:55)
04. Domenica (03:21)
05. Fuori di me (04:10)
06. La tua canzone (03:12)
07. Gratis (03:35)
08. Ninna nanna (02:23)
09. Vai con Dio (03:07)
10. Aeroplani (03:49)
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