«ERA INDIE - Riccardo De Stefano» la recensione di Rockol

Riccardo De Stefano - ERA INDIE - la recensione

Recensione del 19 gen 2020

La recensione

Ogni settimana leggo in media – e li leggo per intero, prima di scriverne - due/tre libri che trattano argomenti musicali, o tangenziali alla musica e ai suoi protagonisti. Quasi (quasi...) tutti trovano spazio in questa rubrica. Ovviamente mi riconosco, anzi rivendico, qualche competenza specifica, sia in fatto di musica sia in fatto di editoria, e credo di saper valutare la qualità di quello che leggo – tanto che, specialmente negli ultimi tempi, mi è più volte successo di interloquire direttamente con gli autori dei libri che recensisco, sia a seguito di recensioni positive (non tanto spesso, perché le recensioni positive suonano in qualche modo “dovute”, o comunque non suscitano grandi reazioni da parte degli autori recensiti – fatte salve benemerite eccezioni), sia a seguito di recensioni negative o molto critiche (e questi sono i contatti più interessanti e produttivi, perché mi permettono di approfondire a tu per tu con gli autori considerazioni che nello spazio di una recensione scritta non sempre riescono a trovare spazio).

Bene: questa lunga premessa mi serve per spiegare perché ritengo che la lettura del libro di Riccardo De Stefano sia raccomandabile a chi, come me e i miei coetanei, per ragioni di età e di famiglia e di lavoro e di gusti personali stia assistendo al fenomeno del “nuovo pop italiano” con un senso di sorpresa ma anche di straniamento, di inevitabile distacco da un movimento musicale che, per ovvie ragioni anagrafiche, è rivolto a chi di anni ne ha la metà, o un terzo, di quanti ne abbia io (che ne ho sessantasei).

In altre parole: “Era indie” è un libro molto istruttivo. Spiega – e fa spiegare ai tanti intervistati – parecchie cose, e lo fa senza prendere (troppo) posizione, con il giusto distacco dello storico della musica: il che è, oltre che molto apprezzabile, anche piuttosto sorprendente, visto che l’autore di anni ne ha “solo” 33. Scrive bene Federico Guglielmi nella prefazione: “Un’impresa mica semplice, quella di esaminare e raccontare una materia non storicizzata – e addirittura in divenire”. De Stefano è riuscito nell’impresa, e oltretutto l’ha fatto scrivendo in un italiano fluido e corretto, e scrivendo le cose in maniera comprensibile anche a chi, come me, della materia trattata conosce (lo confesso) poco o nulla. Sinceri complimenti, davvero.

Franco Zanetti

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