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«KID A MNESIAC - Radiohead» la recensione di Rockol

I Radiohead e i loro dischi più sperimentali

Tornano "Kid A" e "Amnesiac", con qualche gemma aggiuntiva

Recensione del 05 nov 2021 a cura di Gianni Sibilla

Voto 8/10

La recensione

Tra ottobre 2000 e giugno 2001, i Radiohead pubblicarono due album fondamentali della loro discografia, che segnarono un passaggio ad un suono sempre più sperimentale e lontano dalle convenzioni: "Kid A" e "Amnesiac”, che vengono ripubblicati in versione espansa e congiunta come “Kid A Mnesia”. Di un nuovo album non c’è traccia, “Moon shaped pool” è del 2016.  Questa  ristampa segue quella di “Ok  computer”, di quattro anni fa: non c’è molto materiale inedito, ma finalmente vede la luce una delle canzoni inedite più note della band, “Follow me around”.

La ristampa

Il titolo, a suo modo, è geniale: "Kid A Mnesia" riporta i due album all’idea originale di un’opera unica. Un'opera cui fa parte l’immaginario visivo, tanto che in questi giorni la band lancerà un’esibizione digitale, “Kid A Mnesia Exhibition”.
La ristampa esce in tre versioni, tutte con un CD/LP di materiale inedito, più una serie di materiali accessori, come un libro sul processo creativo che si preannuncia interessante. Dei vari formati quello più accattivante sembra  “Kid Amnesiette”, in due cassette che comprendono anche le B-Side del periodo.

Il materiale inedito è contraddittorio: da un lato comprende finalmente in maniera ufficiale “Follow me around”, canzone nota ai fan perché incisa ai tempi di “Ok computer”, ascoltata nel film “Meeting people is easy” e suonata qualche volta dal vivo.

Un brano notevole, basato su voce e chitarra acustica, ma classicamente Radiohead, forse troppo “normale” per essere incluso in questi album. Interessanti anche “Fog” e “If you say the word”, più in linea con il resto del disco, ma il resto sono intermezzi strumentali, le parti archi di un paio di canzoni e una nuova (la terza!) versione di “Morning bell”, ancora più scura.
Mancano molte cose del periodo: oltre alle b-side, mancano la versione di studio di “True love waits”, che venne scritta in questo periodo ma completata solo nel 2016 per “Moon shaped pool”. Venne pubblicata in una versione dal vivo in “I might be wrong: live recording ”, pubblicato  a fine 2001, e tutt’ora l’unico album dal vivo ufficiale della band: si poteva aggiungere anche questo alla ristampa.

Nonostante queste mancanze: “Kid A Mnesia” rimane un’ottima occasione per riscoprire un grande album e un momento di svolta del rock indipendente, che ha profondamente influenzato le generazioni successive

Kid A

Quando uscì "Kid A", i Radiohead erano la band rock di riferimento, quella imitata e usata come termine di paragone nelle recensioni: persino i Muse erano stati bollati come "nuovi Radiohead", agli esordi. “Kid A” arrivava dopo un’attesa lunga tre anni, fatta di rivelazioni, smentite e voci, con un’attenzione quasi ossessiva, anche in tempi pre-social media. E loro se ne uscirono con un album con strumentali ambient, una canzone centrale come “Idioteque” che guardava alla scena dei producer elettronici inglesi (con cui avrebbero collaborato e che sarebbero diventati il riferimento di Thom Yorke solista).

Certo, c’erano le chitarre di “Optmistic/in limbo”, la stupenda ballata orchestrale “How to disappear completely”. Ma i Radiohead erano appunto scomparsi del tutto, o quasi. A suo modo, ogni cosa era al suo posto, solo che era un altro. .
"Kid A"  è una delle tappe che ha creato il mito dei Radiohead. Una band che sceglie un singolo di 6 minuti fatto di tre canzoni diversi (“Paranoid android” per “Ok computer"), che si pubblica da solo un disco su Internet (sarebbe successo qualche anno dopo con “In rainbows”) e che va al numero 1 in America con il suo album più sperimentale, vendendo 200.000 copie in una settimana.

Amnesiac

Quell’effetto sorpresa non ci fu qualche mese dopo, quando arrivò “Amnesiac”. Inevitabile, era una sorta “Kid B”: le canzoni erano state incise assieme, per un periodo la band aveva pensato ad un album doppio, poi separò le uscite. Al tempo girava voce che avessero mantenuto le canzoni più “normali” per il secondo giro, ma non fu esattamente così.
L’apertura con “Packt like sardines in a crushed tin box” richiamava l’elettronica di “Idioteque” e metteva subito le cose in chiaro.

Poi, certo, c’erano momento più accessibili, come le chitarre di “Knives out”: ma Yorke cantava “I want you to know/I’m not coming back”, per essere chiari.  Una  nuova versione più classica di “Morning bell” ma nuovi intermezzi elettronici come “Pulk pull revolving doors” e “Like spinning plates” e nuove sperimentazioni: la irregolare e sognante “Pyramid song”, già ascoltata dal vivo l'anno prima, e “Life in a glass house” con fiati che sembravano arrivare da New Orleans.
Un bel disco, ma meno dirompente del precedente. Dopo un paio d’anni sarebbe uscito “Hal to the thief”, che univa la sperimentazione con un (parziale) ritorno alla formaòcanzone. Sarebbe stata l’ultima pubblicazione per la major, poi la band avrebbe cambiato strada di nuovo, diventando indipendente, per davvero: nel 2007 “In rainbows” sarebbe stato pubblicato direttamente in rete con la formula “paga quanto vuoi”. A quel punto, o Radiohead avrebbero cambiato il modo non solo di fare musica ma anche di distribuirla.

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