«'TIL WE OUTNUMBER 'EM - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - 'TIL WE OUTNUMBER 'EM - la recensione

Recensione del 07 giu 2000

La recensione

Cinque cose da sapere su Woody Guthrie: 1. è nato in Oklahoma nel 1912 ed è morto a New York nel 1967.
2. Sulla sua chitarra c’era scritto “questa macchina ammazza i fascisti”.
3. Insieme a Pete Seeger e Ewan MacColl è stato il padre della canzone di protesta statunitense. Per intenderci, Springsteen, Dylan e tanti altri, vengono da qui.
4. Woody Guthrie ha anche scritto solo parole, in poesia e in prosa: per un piccolo saggio: vedi il libro “Questa terra è la mia terra” (ed. Marcos Y Marcos).
5. E’ già passato alla storia per tutti questi motivi, e anche per altri, come per una canzone intitolata “This land is your land”, sorta di inno statunitense alternativo. Un capolavoro.
Ciò detto, via con la recensione, a partire dai dati tecnici. Quello che le vostre orecchie hanno di fronte è musica registrata nel 1996, più precisamente nel settembre di quell’anno da un manipolo di artisti – celebri e meno celebri – che si esibivano alla Severance Hall di Cleveland sotto il patrocinio della Rock&Roll Hall of Fame & Museum, organizzatrice di una mostra parallela intitolata “Hard travelin’: the life and legacy of Woody Guthrie”. Proprio questo concerto potremmo dire che rappresenta la parte ‘audio’ di quella mostra, e vede salire sul palco Bruce Springsteen, Billy Bragg, Ani DiFranco, Indigo Girls, Tim Robbins nel ruolo del narratore e il figlio di Guthrie, Arlo. E’ stata invece Nora Guthrie, la figlia dell’artista omaggiato di un tributo così importante, a chiedere ad Ani DiFranco di pubblicare il risultato della serata su Cd per conto della sua indipendent label, la Righteous Babe Records. I proventi dell’album andranno a rimpolpare le casse dei Woody Guthrie Archives e quelle della fondazione educativa della Rock & Roll Hall of Fame & Museum.
Elencati anche i dettagli passiamo alla scelta dei brani, che copre di certo alcuni dei momenti cruciali della produzione di Guthrie, e che vede gli ospiti decisamente all’altezza della situazione. Oltre i brani eseguiti da Arlo Guthrie, particolare emozione provocano gli interventi di Bruce Springsteen, forse mai tanto a suo agio nel dare voce a due momenti totalmente diversi, per spirito, dello show. Il primo brano scelto dal boss e presente in scaletta è “Riding in my car”, una canzone per bambini che sembra un po’ l’equivalente della nostra “La macchina del capo”, con tutti i rumori della macchina riprodotti da uno Springsteen divertito e gigione; il secondo è un cambio di registro addirittura drammatico, e riguarda uno dei brani più duri di Guthrie, “Plane wreck at Los Gatos (deportee)”, ispirato all’incidente aereo di Los Gatos nel quale precipitò un aereo pieno di braccianti messicani che venivano ricondotti in patria alla fine della stagione lavorativa. I media minimizzarono l’accaduto, etichettando quelle persone come “soltanto dei clandestini senza permesso di soggiorno”, e da qui nasce il fulcro del brano di Guthrie, reso da Springsteen in un silenzio vivo e al tempo stesso gelido. Splendida l’interpretazione di un altro classico di Guthrie, “Do re me”, ad opera di Ani DiFranco, lontano anni luce dalle versioni di Guthrie ma altrettanto capace di emozionare, così come toccano nel profondo i frequenti intermezzi parlati con le letture di Tim Robbins. Il gran finale dell’album, naturalmente, è rappresentato da una versione corale di “This land is your land” che vede sul palco tutto il cast, proprio come nell’iniziale “Hard travelin’ hootenanny”.
Un tributo che non è il primo e non sarà certo l’ultimo, vista la continua attualità e urgenza del messaggio libertario di cui Guthrie si era fatto portavoce. Per chiudere, una frase contenuta all’interno del libretto che la dice lunga sullo spirito immortale dell’uomo: “Take it easy, but take it.Woody Guthrie.
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